Skip to content

NON CAMBIERANNO MAI……. SONO LA VERA CALAMITA’ D’ ITALIA !!!!

17 maggio 2017

da  IL  GIORNALE.IT

 

Finanziamento illecito, Stefania Pezzopane è indagata

La senatrice del Pd Stefania Pezzopane è indagata con l’accusa di finanziamento illecito ai partiti assieme ad Angelo Capogna, imprenditore che si occupa di illuminazione pubblica e amministratore della Saridue Srl

La senatrice del Pd Stefania Pezzopane è indagata con l’accusa di finanziamento illecito ai partiti assieme ad Angelo Capogna, imprenditore che si occupa di illuminazione pubblica e amministratore della Saridue Srl.

“Non so nulla, non ho ancora ricevuto niente, tuttavia ho fiducia nella magistratura, mi dispiace che i magistrati debbano lavorare spesso su cose del genere, mi sembra un grande calderone che alla fine si chiarirà”, ha dichiarato la senatrice. Sarebbe stato proprio Capogna a tirare in ballo l’esponente dem nel corso di due interrogatori incentrati su una campagna elettorale degli anni scorsi.


Il piano controllo dei Cara pronto da due anni. E lasciato in un cassetto

Nel 2015 nacque un programma di ispezioni Al Viminale sedeva Alfano. Non fu mai avviato

Che la gestione dei progetti di accoglienza per gli immigrati si potesse trasformare in un business grossolano e senza scrupoli l’aveva messo in conto, già qualche anno fa, anche l’Unione europea concedendo all’Italia di avviare un progetto di monitoraggio sulle condizioni dell’ospitalità.

Era il 2015 infatti quando, nel pieno delle indagini su Mafia capitale e identificate le cooperative gestite da Salvatore Buzzi e Massimo Carminati nel giro di affari degli appalti del Cara di Mineo, si incominciò a sentire la necessità di mettere a punto un sistema di controllo capillare nei centri di accoglienza. A sedere sulla poltrona più alta del Viminale c’era Angelino Alfano e lì è rimasto, fino al passaggio del testimone a Marco Minniti. E fermo e chiuso, nei cassetti del Viminale, è rimasto anche il progetto Mireco.

Così si chiama il programma di monitoraggio e miglioramento delle condizioni di accoglienza (Mireco è un acronimo inglese che sta per Monitoring and improvement of reception conditions).Chissà se il ministro Minniti vorrà utilizzarlo come mossa a sorpresa dopo gli arresti che hanno coinvolto l’hub di Capo Rizzuto oppure cercherà di farlo passare sotto silenzio. Fatto sta che nel programma europeo del Fami, il Fondo asilo migrazione e integrazione, ci sono 5 milioni e mezzo di euro vincolati per avviare controlli a tappeto nei centri di accoglienza. Dalla governance dei servizi per gli adulti, a quelli per i minori, per immigrati con problemi di salute mentale, portatori di handicap, famiglie e ancora per i programmi di inserimento e integrazione. Non ultimo per i servizi per i richiedenti asilo e per i rifugiati. Insomma l’intero panorama dedicato alle decine di migliaia di disperati che approdano sulle coste italiane.

Mireco si presenterebbe, e il condizionale è d’obbligo, come piano strategico predisposto dal dipartimento Libertà civili e Immigrazione del ministero dell’Interno per effettuare sopralluoghi, controlli, stilare rapporti, valutare numeri e indicatori dei livelli raggiunti nei centri di accoglienza di tutta la Penisola. Però nessuno ha dato il via al sistema di monitoraggio, né avviato le linee guida per comunicare i controlli o attivato un’ipotetica task force di supporto alle prefetture. Perché sono loro, in prima linea, a bandire appalti per l’accoglienza, gestire fondi e affidare quei servizi specifici per i richiedenti asilo. Eppure già a febbraio scorso il progetto era pronto per partire tant’è che il ministro Minniti l’aveva avocato a se per gestirlo direttamente togliendolo dalla responsabilità del Fami. Ma anche a febbraio non è partito nulla. Così anche a marzo. È stato finanziato soltanto ad aprile ma le linee guida per l’organizzazione e l’eventuale assegnazione devono ancora essere completate.

Intanto però vengono finanziati progetti meno impegnativi ma soprattutto di dubbio valore pratico. Uno a caso è la realizzazione e la stampa di un bimestrale per 12 numeri della rivista «Libertà Civili e Immigrazione»: impegno di spesa 500mila euro. Al contempo sono stati ingaggiati 4 giornalisti per occuparsene direttamente. Curioso pensando che il ministero dell’Interno vanta un ufficio stampa di tutto riguardo. E per concludere la rassegna del superfluo è stato impegnato un altro milione (1.083.176 euro) per raccogliere le videointerviste che i richiedenti asilo farebbero presso le prefetture dei centri che li ospitano. Qualsiasi funzionario di prefettura con uno smartphone potrebbe svolgere questo lavoro anche grazie all’aiuto di un interprete che, per la legge in vigore, comunque dovrà essere presente all’intervista.


La madre di Renzi rimproverava Matteo: “Basta urlare, fai star male babbo”

Nel retroscena de La Stampa la tensione nella famiglia del segretario Pd a inizio marzo: l’ex premier tormentato dai dubbi, la madre preoccupata per la salute di babbo Tiziano

Matteo Renzi, babbo Tiziano e mamma Laura in salotto.

I toni sono tesi, padre e figlio hanno appena finito di litigare e la madre interviene preoccupata: “Matteo, la devi smettere! Basta urlare! Lo sai che tuo padre soffre di cuore, così lo fai morire!”

È questo il retroscena che secondo Federico Geremicca della Stampa emergerebbe dalle confidenze di un amico dell’ex premier. Un retroscena che ricostruisce i primi, drammatici, giorni di marzo, in cui il padre del segretario Pd, Tiziano, era travolto dalle polemiche sul chiacchieratissimo caso Consip.

All’epoca Renzi figlio sarebbe stato “tormentato da un dubbio atroce” e non avrebbe esitato a prendere posizioni anche molto dure nei confronti del genitore. “Non so più cosa fare – avrebbe detto Matteo secondo il quotidiano torinese – Perché sono anni che dico a mio padre di starsene calmo e tranquillo. […] Lui ascolta ma poi fa sempre di testa sua.”

E ancora: “Mio padre è un pasticcione, però io credo che questa faccenda, Romeo la Consip e il resto finirà come Tempa Rossa, te la ricordi? Anche allora una consultazione – all’epoca il referendum sulle trivelle, oggi le primarie – anche allora un’inchiesta piena di fughe di notizie e poi tutto archiviato, ma con un ministro massacrato e costretto alle dimissioni (l’ex ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, ndr)…”


Per Maria Elena solo Etruria era da salvare

Che il ministro Boschi si sia interessata alle sorti di Banca Etruria non è uno scandalo: poteva, forse doveva, farlo per motivi familiari (non necessariamente illegittimi) e istituzionali, come factotum di Renzi.

In tale ottica, però, non si spiega come il ministro in questione abbia sempre rifiutato, reiteratamente, ogni contatto con i rappresentanti delle Banche popolari, come se a queste ci si potesse interessare privatamente ma non pubblicamente (tra l’altro, sostenendo che la competenza spetterebbe al ministero dell’Economia).

Questa delle banche popolari è una vicenda dai contorni chiaroscuri, sotto più profili. L’ex premier Renzi sostiene ora che chiarirà tutto per la vicenda Boschi-de Bortoli in Commissione d’inchiesta, di cui a suo tempo aveva su un quotidiano persino invocato l’istituzione, per una verifica sul suo provvedimento di legge contro le popolari: ma gli emendamenti tesi a stabilire che la Commissione dovesse occuparsi della legge Renzi-Boschi di riforma di queste banche sono stati tutti respinti dal suo partito sia alla Camera in Commissione e in aula che al Senato in Commissione (in aula devono ancora andarci, e qua Renzi anche da segretario in carica potrebbe ancora intervenire; né l’urgenza di varare la Commissione lo vieta: prima di tutto perché è più importante chiarire questo che altro; e poi perché se non figura espressamente tra i compiti dei commissari, l’argomento popolari sarà del tutto saltato).

Tra l’altro, i comportamenti del ministro Boschi da una parte e di Renzi dall’altra, potrebbero oggi (anche quanto ai motivi che spinsero a rieditare un provvedimento del fascismo contro le popolari, a parte l’indagine giudiziaria su chi da ciò trasse profitto) avvalorare la tesi che la riforma si volle comunque fare per dimostrare all’opinione pubblica che non si aveva timore di andare contro le popolari, nonostante la posizione famigliare nell’Etruria.

E questo, anche con riguardo a come si atteggiò il governo Renzi a proposito dell’applicazione, addirittura anticipata, del bail-in alle 4 banche 3 casse e una popolare, proprio l’Etruria atteggiamento che sacrificò a esigenze a tutt’oggi sconosciute la reputazione dell’intero sistema bancario, o quasi, con un disdoro per lo stesso tutt’altro che superato e chissà quando lo sarà mai.

Al di là della vicenda nata in questi giorni dall’opera di uno stimato giornalista, è comunque un fatto che la Commissione d’inchiesta oggi potrebbe valutare (essendosi ormai svolte le assemblee delle popolari trasformate, salvo le due che dalla riforma hanno saputo, e potuto, stare fuori) a chi l’attuazione della riforma abbia giovato.

Ormai, in proposito, le cose si fanno vieppiù chiare malgrado persistenti opacità che impediscono di conoscere fino in fondo i dettagli partecipativi degli azionisti dei fondi: la legge contro le popolari ha giovato al capitale straniero, così che oggi il sistema bancario è, in un modo o nell’altro, in gran parte in mano a fondi d’investimento e speculativi esteri (soprattutto americani, ma anche europei), con i risparmiatori italiani cacciati dalle loro banche per essere rimpiazzati da «governatori» stranieri più o meno velati con conseguenti problemi (di cui nessuno parla) anche sulla stabilità del sistema bancario italiano, non appena i suoi interessi non collimassero con quelli dei Paesi coinvolti.

Un argomento sul quale chi può e deve dovrà intervenire prima o poi, e sul quale converrà in ogni caso ritornare.

(pubblicato da Milano Finanza il 16.05.2017)


Il Pd fa ostruzionismo: riforma elettorale in panne

Il relatore ritira il testo base, Renzi insiste col Mattarellum modificato. Berlusconi: perplessi sulla proposta unilaterale

Dal Cespugliellum al Rosatellum la strada è lunga e piena di insidie. La trama della legge elettorale si è nuovamente disfatta e come la tela di Penelope va ripresa dall’inizio.

E la parte di Penelope spetta senza dubbio al Pd che ha deciso di stracciare il testo base, Italicum bis, annunciando ieri mattina che avrebbe votato contro ed ha presentato una sua proposta, il Rosatellum appunto dal nome del capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato. Con il risultato di provocare una furiosa reazione da parte di M5s (che si era detto disponibile a trattare con il Pd sulla legge elettorale) e di tutta l’opposizione e il ritiro del testo per sperare di «salvarlo» e riproporlo più avanti. Falsa partenza dunque per l’iter della nuova e tanto sospirata legge elettorale. Ieri era previsto l’inizio della discussione in commissione Affari costituzionali sul testo base, Italicum bis messo a punto dal relatore Andrea Mazziotti, centrista di maggioranza che avrebbe dovuto essere votato per poi partire con un confronto tra le proposte correttive dei vari partiti. Ma poi è arrivata la zampata di Matteo Renzi. L’ex premier aveva già chiarito che il testo non era emendabile ed andava respinto per far posto ad una nuova proposta targata Dem. «È evidente che si è creata la palude, tutto è bloccato» accusava Renzi. E così ieri mattina l’ufficio di presidenza del Pd ha preannunciato la bocciatura in Commissione con il duplice obiettivo di cancellare l’Italicum bis a favore di un Mattarellum «corretto» e far fuori Mazziotti sostituendolo con un proprio uomo, Emanuele Fiano.

Gli altri partiti di opposizione però hanno adottato una contromossa invitando Mazziotti a ritirare il testo base nella convinzione che Renzi non abbia i numeri per navigare fino al porto con la «sua» legge elettorale. Meglio quindi evitare il voto e la bocciatura ora sull’Italicum bis che potrà essere ripresentato sempre con il centrista come relatore in caso di fallimento del Rosatellum. E tutti insieme appoggiare comunque Mazziotti come relatore anche per il nuovo testo targato Pd. «Non sono un incosciente vista l’opposizione del Pd ritiro il testo», ha preso atto Mazziotti che oggi deciderà se restare relatore.

La mossa di Renzi non è stata indolore ed ha alzato il livello dello scontro con i grillini, che hanno confermato di voler votare il Legalicum ovvero l’Italicum bis. Tensioni anche dentro la maggioranza visto che il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, aveva già annunciato il voto favorevole dei suoi. Il grillino Danino Toninelli in commissione ha stigmatizzato «la giravolta del Pd» accusando Renzi di aver promesso ad Alfano «un Cespugliellum verdinizzato» e confermando quindi l’appoggio a Mazziotti.

L’ex premier appare irremovibile: o si fa la legge elettorale del Pd o si lascia tutto così com’è. Il voto di Palazzo Madama non lo spaventa perché qui potrebbe contare su molti voti sparsi: dai verdiniani agli uomini di Raffaele Fitto a Ncd.

Forza Italia però non ci sta. Il leader Silvio Berlusconi, in un post su Facebook, ha invitato alla «più ampia condivisione possibile tra le forze politiche», e si è detto stupito dallo strappo del Pd: «Siamo molto perplessi – ha osservato – per la unilaterale proposta del Pd di un finto modello tedesco (il cosiddetto Verdinellum), che cela un inapplicabile maggioritario e che mortifica il doveroso rapporto che deve esserci tra i voti espressi dai cittadini e gli eletti». L’azzurro Francesco Paolo Sisto attacca la scelta di Renzi. «Il Pd si prende una bella responsabilità. Direi che il Pd si comporta come un Faraone». Sisto ribadisce che Fi, ovvero Silvio Berlusconi, è per un proporzionale con premio al 40 per cento alla coalizione. Per il capogruppo Fi Renato Brunetta «il Pd non può fare la legge elettorale a colpi di maggioranza contro tutti».


Governo mai così assediato. Per questo arriverà al 2018

Banche, immigrati, appalti: quante ombre su vertici dem, Alfano e soci. L’unico a restare fuori è proprio il premier

Quando si è in un pasticcio, insegna una massima di Confucio, tanto vale goderne il sapore.

Dobbiamo forse a una felice congiunzione astrale, o alle semplici contingenze giudiziarie, se ieri è emersa in tutta la sua plastica ambivalenza la nuova forma di governo che reggerà l’Italia fino alla primavera del 2018. Da una parte l’accerchiamento, l’accanimento, i guai neri, le malefatte, i traffici scandalosi, il malocchio o quanto preferite. Dall’altro – basta osservare con attenzione la foto qui a lato – il sereno moto millenario, la vita che prosegue e progetta per il futuro. Essa sembra stampata sul sorriso formale di Xi Jinping e su quello che potrebbe ben essere il suo gemello nato a circa settemila km di lontananza, ma per fortuna su quella benedetta «via della seta» che la Cina moderna intende rilanciare in grande stile. Di qua lo chiamiamo prosaicamente Gentiloni, laggiù già è conosciuto come Jen-ti-lin: per il garbo, per il verbo, per quella mollezza e debolezza proprie dell’acqua che, com’è scritto nel Chuang Tzu, «nessuno riesce a superare nel vincere la durezza».

Così, mentre il nostro premier lasciava l’amata Beijing per raggiungere Putin a Sochi (prevista la firma di altri accordi), nel chiassoso Stivale mediterraneo si animava l’ennesimo psicodramma. L’affare Consip resuscitato da una telefonata tra Matteo e Tiziano Renzi (dimostrazione che l’ex premier sapeva e considerava «grave», ben altro che una bufala, l’inchiesta a carico del babbo). L’affare Etruria che non si spegneva affatto, visto che gli avvocati consigliavano alla sottosegretaria Boschi di non avanzare querela contro de Bortoli, ed è chiarissimo il perché. Il maggiore alleato di governo, Angelino Alfano, trascinato in un’«assurdo coinvolgimento» (ipse dixit) nell’inchiesta sul Cara di Capo Rizzuto, a causa di una foto assieme a un imprenditore in odore di ‘ndrangheta. Ed è chiaro che il nervosismo dimostrato dal capo di Ncd nei confronti della trasmissione televisiva Gazebo (cui ha rifiutato l’accredito per una conferenza stampa) ha poco a che fare con i gusti televisivi, quanto con una legge elettorale voluta da Renzi che rischierebbe di tagliare per sempre le gambe al partito alfaniano. Come se non bastasse, sullo sfondo resta la manovrina, con i suoi emendamenti, e la legge di Stabilità in autunno, vero spauracchio per ogni governante di Paese che da pochi giorni abbia superato il proprio record di debito pubblico, giungendo a un totale angosciante: 2.260 miliardi. Senza che la Ue a rinnovata trazione franco-tedesca possa risparmiarci lagrime e sangue. Clima che, nella drammatizzazione sulla quale gioca Beppe Grillo, diventa appello al presidente Mattarella per un’Italia «sull’orlo del baratro, a un passo dal default», per colpa di una «cura Renzi che ha mandato in coma il Paese» innescando la «tenaglia terrificante di sprechi e austerità».

Ecco. Solo che di tutto questo, a occuparsene era ieri la «cabina di regia» di Matteo e Mariaele, con capigruppo e la Finocchiaro. Strumento che in pratica ha commissariato Jen-ti-lin, ma di fatto gli consente di volare alto. «Gentiloni sta lavorando con il nostro sostegno e appoggio», non manca di ricordare ogni giorno Renzi (anche ieri). Eppure la prospettiva di governo pare allungarsi a dismisura, se questo passa il lunario e salvo colpi di testa non consigliabili. Jen-ti-lin per fortuna sa che il silenzio è un vero amico che non ti tradisce mai (ancora Confucio). Adottandolo, ne è adottato (anonimo).

——————————————————————–

 

da  L’ OCCHIO  DI  SALERNO

L’Antimafia indaga sul Partito Democratico di Salerno .

 

 

 

Annunci

From → Uncategorized

Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: