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LA VOGLIAMO CAPIRE SI’ O NO CHE PER RISOLVERE IL PROBLEMA NERI BISOGNA ELIMINARE I ROSSI ????

3 gennaio 2017

I  POCHI  NEGRI  E  ARABI  CHE  CI  SAREBBERO  IN  ITALIA  NON  SI  SOGNEREBBERO  NEANCHE  DI  ALZARE  LA  TESTA  SE  AL  GOVERNO  CI  FOSSE  LA  DESTRA !!!!

Patrick di Majan

 

da  BLOG  IL  GIORNALE.IT

 

Gli immigrati si ribellano. E la colpa è nostra!

 

La rivolta scoppiata lunedì pomeriggio nel campo profughi di Cona, ex base missilistica del veneziano, dove vi sono oltre mille richiedenti asilo, può essere letta come una prova generale di quanto potrà accadere nell’immediato futuro. Una premessa a quanto si sta già preparando per questo nuovo anno quando l’arrivo della primavera e delle belle giornate metterà di nuovo in moto la serie incessante di sbarchi sulle coste.

A Cona, oltre ad aver bruciato suppellettili e tenuto sotto scacco per ore le forze dell’ordine, i rifugiati hanno pensato bene di fare degli ostaggi. Nel caso specifico, 25 operatori tra medici, infermieri e volontari vari, in gran parte italiani, poi liberati verso le 2 di notte. La guerriglia è esplosa per le condizioni sciagurate in cui sono costretti a vivere ma soprattutto per la morte di Sandrine Bakayoko, una ivoriana arrivata col gommone quattro mesi fa. Stava male da giorni e i profughi accusano il 118 di essere arrivato in ritardo. Nonostante gli operatori sanitari italiani abbiano smentito, la Procura ha però aperto un’inchiesta.

Ora pare chiaro a tutti che ad un simile epilogo, prima o poi, si doveva arrivare. Anzi, desta meraviglia il fatto che questi focolai di ribellione non vengano appiccati in tutta la Penisola; che siamo ancora ad episodi isolati e non ad un incendio su larga scala. E che ad essi non rispondano con pari violenza gli italiani visto che la situazione sta diventando in molte zone insostenibile ed ingestibile. Eppure, nonostante le mille articolazioni, la questione è invece di facile lettura. E se non è così, la causa è da ricercarsi in una classe politica che chiude gli occhi per codardia e inettitudine, per millantare tonnellate di mieloso buonismo e forse anche perché sulle teste di questi poveri cristi svolazzano milioni di euro che finiscono poi per rendere ricche le cooperative degli amici.

Resta però irrisolto il problema che, in linea di massima, ha solo due biforcazioni su cui impostare una lettura obiettiva e realistica. In primo luogo, gran parte di questi disperati non dovrebbero nemmeno mettere piede sulla nostra Penisola perché non fuggono da guerre. Cosa nota a tutti, anche ai burocrati di Bruxelles. Così come è cosa nota a tutti  che questi disperati serviranno però da mano d’opera a basso costo per tanti nostri imprenditori lagnosi in pubblico per l’invasione extracomunitaria, ma in privato pronti a far incetta di nuovi schiavi.

In secondo luogo, chi invece venga ritenuto in possesso di ogni requisito per poter restare, dovrebbe essere trattato con umanità. E se questa umanità non è traducibile in case, posti di lavoro e cose simili per via della permanente crisi economica, dopo averli accuditi, curati e rifocillati per un tempo congruo, li si solleciti a trovare un’altra destinazione.

Una terza ipotesi non sarebbe possibile, ma si sa, l’Italia è il Paese dell’equilibrismo e delle non-decisioni, della diplomazia estenuante che diventa immobilismo. E allora cosa accade in realtà? Accade che accogliamo tutti e poi li lasciamo vegetare come bestie. Nel frattempo ci siamo lavati la coscienza di fronte al mondo e, se possibile, abbiamo riempito le casse di tante cooperative che si occupano di gestire gli immigrati e non concepiscono alcuna differenza tra un letamaio e una struttura di accoglienza.


da  IL  GIORNALE.IT

 

Dopo Cona, tensioni a Verona: Veneto sotto assedio dei migranti

Dopo la notte di proteste a Cona, tensioni in mattinata anche a Verona, dove un gruppo di profughi ha protestato per il cibo giudicato scadente. Tra sovraffollamento dei centri e aggressioni la situazione in Veneto è sempre più esplosiva

Dopo la notte di proteste nel centro di prima accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, stamane ci sono stati nuovi disordini a Verona, dove un altro gruppo di profughi ha bloccato la strada, ribaltando alcuni cassonetti in segno di protesta per il cibo, giudicato scadente dai migranti.

Il Veneto è sempre più in affanno. Sono 30mila i migranti accolti sul territorio. Quindicimila in più, scrive su Facebook il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, rispetto alla quota calcolata secondo il criterio del tre per mille sulla popolazione. Nell’ex caserma Silvestri, dove si trova il centro di prima accoglienza per i migranti in cui stanotte gli ospiti hanno protestato in seguito alla morte di una ragazza venticinquenne ivoriana, tenendo in ostaggio per ore 25 operatori del centro, i migranti, da 50, sono diventati 1400 nel giro di un anno e mezzo. E tra strutture sovraffollate, proteste e requisizioni, la situazione nella regione sta diventando sempre più esplosiva.

Quello di ieri, infatti, non è il primo episodio di tensioni che si registra nel centro di Conetta. Un anno fa, 200 migranti erano scesi in strada a protestare contro il sovraffollamento e le cattive condizioni della struttura. A giugno, nello stesso centro, era scoppiata una maxi rissa con bastoni, asce e coltelli, tra rifugiati di etnie e religioni diverse, con sei feriti ricoverati in ospedale. Poi, ad agosto, una nuova protesta di circa cinquanta profughi ha richiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Lo stesso vale per Verona, dove oggi, secondo la ricostruzione di una testimone citata dall’Arena, un gruppo di migranti ospiti dell’ostello Santa Chiara ha occupato la strada, rovesciando i cassonetti e prendendo a calci alcune auto. Il motivo della protesta dei profughi, durata diverse ore, sarebbe stata la scarsa qualità del cibo, che, secondo quanto si apprende dal quotidiano della città scaligera, sarebbe stato giudicato “scadente e in alcuni casi scaduto”. Sempre a Verona, a fine novembre, una trentina di profughi eritrei, ospiti nella tenuta Costagrande, avevano bloccato il traffico nel centro della città, per chiedere di essere ricollocati in altri Stati europei. Più di un ospite dello stesso centro, inoltre, è stato arrestato per spaccio. L’ultimo, un richiedente asilo gambiano, è stato fermato ieri con 27 grammi di hashish.

Negli ultimi mesi i profughi hanno alzato le barricate anche nell’ex base di San Siro di Bagnoli, in provincia di Padova, dove sono ospitati circa mille migranti. Il triangolo Bagnoli di Sopra-Agna-Cona, ospita, infatti, quasi 3mila migranti, e l’impatto di questi numeri sul territorio è, ovviamente, altissimo. Anche se questo non ha fermato la Prefettura dal procedere con le requisizioni per trovare nuove strutture pronte ad accogliere. È stato il caso dell’Hotel Cristallo e dell’Hotel Lory di Ficarolo, in provincia di Rovigo.

Dopo i disordini di stanotte a Conetta, il governatore del Veneto, Luca Zaia, dalla sua pagina Facebook ha chiesto “l’espulsione di tutti i facinorosi”. “Non possono trasformare il Veneto nel campo profughi d’Europa”, ha denunciato, invece, il capogruppo del Movimento Cinque Stelle in Consiglio Regionale, Jacopo Berti. “Stiamo assistendo ad una situazione indecente e inaccettabile, che degenera ogni giorno”, ha denunciato Berti, dichiarandosi favorevole, al pari di Zaia, alla chiusura dei grandi centri come quello allestito nell’ex caserma Silvestri. Sulla stessa linea, anche monsignor Giancarlo Perego, direttore generale di Migrantes, la fondazione della Cei su migranti, profughi, rifugiati e richiedenti asilo, per il quale “l’unica alternativa valida è il modello di accoglienza diffusa, con poche persone ospitate in tutti i Comuni e non concentrati in pochi centri sovraffollati”. Ma, intanto, dopo l’ennesima rivolta, nella regione la situazione è sempre più insostenibile.


da  IL  FATTO  QUOTIDIANO

 

Terrorismo, l’Isis ai jihadisti del Kosovo: “Dovete colpire subito l’Italia”. Le indicazioni per entrare nel nostro Paese

L’indicazione dal carcere di Rossano Calabro. Il Dap manda una nota all’antiterrorismo. L’ordine è passare dalla Bosnia per poi entrare da Trieste o attraverso la Svizzera. Allarme sul rientro dei foreign fighters dalle zone di guerra al nostro Paese
Terrorismo, l’Isis ai jihadisti del Kosovo: “Dovete colpire subito l’Italia”. Le indicazioni per entrare nel nostro Paese

La notizia è arrivata sul tavolo dell’antiterrorismo solo pochi giorni fa. Recita: “L’Isis ha dato mandato ai mujahed kosovari o comunque dell’area balcanica di colpire il territorio italiano”. Il “cifrato” ha subito messo in allarme gli esperti della sicurezza. L’appunto non proviene dai Paesi dell’area mediorientale, come già successo in passato, ma da casa nostra e in particolare dal circuito delle carceri. “Il dato è rilevante, da quando è scattata l’emergenza per possibili attacchi del Califfato è la prima volta che abbiamo una segnalazione così specifica”, spiega una fonte qualificata della nostra intelligence. Anche perché la casa di reclusione è quella di Rossano Calabro, uno dei due istituti, assieme a quello di Macomer in Sardegna, dove si trovano buona parte dei detenuti per terrorismo islamico. Qui la notte del 13 novembre 2015, a poche ore dal massacro del Bataclan, alcuni di loro inneggiarono “alla Francia liberata”.

Ma c’è di più: l’annotazione arriva direttamente dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). Prosegue la fonte: “Ancora non sappiamo come sia filtrata. Se sia frutto di una intercettazione oppure di una confidenza fatta a qualche agente della polizia penitenziaria”. Ma non c’è solo questo. Stando all’informativa del Dap, gli ordini, arrivati dal dipartimento di Daesh per gli attacchi all’estero, spiegano chiaramente anche il tragitto che i mujahed devono seguire. L’indicazione è quella di passare dal Kosovo in territorio bosniaco, storicamente zona ad altissima densità di comunità salafite, per poi proseguire verso l’Italia, facendo tappa in Svizzera dove i controlli mirati alla minaccia jihadista lasciano ancora molto a desiderare, oppure entrando a Trieste. Nella città friulana, per molto tempo, sono stati di casa Nezirevic e Hasanagic, due imam radicali di origini bosniache. Cosa colpire resta, naturalmente, un’incognita. “Ma certo – ragiona l’antiterrorismo – il nord e parte del centro Italia rappresentano le aree dove maggiormente si concentrano le comunità originarie dei Balcani”. Vi sono, invece, indicazioni sui luoghi dove rifugiare dopo un possibile assalto. Il consiglio è quello di portarsi verso la Germania.

E che la notizia sia molto più che concreta, lo dimostra una recentissima nota riservata dei Servizi segreti nella quale si legge: “Le intensificate attività di proselitismo radicale nei Balcani presentano elevati profili di minaccia per l’Italia, in virtù della sua contiguità geografica e della presenza sul territorio nazionale di compagini originarie di quei paesi, che rimangono chiuse e autoreferenziali laddove i vincoli etnici risultano più forti della spinta all’integrazione”. In questo momento sono tre i luoghi su cui punta la lente dell’intelligence: da un lato la comunità di Monteroni d’Arbia in provincia di Siena, dall’altro alcune aree di Lecco e Cremona. In Toscana, l’enclave kosovara fa riferimento all’imam Seat Bajaraktar, il quale, secondo l’antiterrorismo, ricopre un ruolo di cerniera tra l’Italia e il Kosovo, in particolare con la cittadina di Restelica. Nel suo paese, l’imam ha incontrato importanti leader wahabiti come Bilal Bosnic, tra i più importanti reclutatori di foreign terrorist fighters (oggi in galera a Sarajevo) e come il giovanissimo Idriz Bilibani, altro profeta del jihad, kosovaro di Prizen, attualmente in libertà, dopo qualche anno di prigione. Di Bilibani ha parlato recentemente Rok Zavbi, il primo pentito dell’Isis in Italia. “E’ stato presso l’associazione El Iman di Lubiana a fare delle prediche molto dure contro l’Occidente”. Bilibani si ispira a un altro imam, Nusret Imamovic, passato da Al-Nusra allo Stato Islamico.

Situazione simile si osserva in provincia di Lecco, teatro di una delle ultime inchieste della procura di Milano che ha coinvolto personaggi di origine kosovara e marocchina. Qui nel comune di Barzago, nel 2015, una donna albanese, Berisha Valbona, è partita per la Siria portandosi via il figlio di sei anni. Sempre qui, gravitano personaggi radicali originari dei Balcani, considerati possibili reclutatori. Altro luogo centrale è Motta Baluffi (Cremona) dove vive una numerosa comunità kosovara. Qui nella cascina-moschea per molto tempo è stato di casa lo stesso Bosnic. “L’interiorizzazione dell’appello jihadista – scrive l’intelligence – è favorita da frequentazioni personali e da alcuni imam cui è riconosciuta una certa autorevolezza”. Un dato da non sottovalutare. Infine, il nuovo e concreto allarme in Italia si lega all’ultima emergenza segnalata da buona parte degli investigatori europei, compreso il direttore dell’Fbi James B. Comey Jr: il ritorno dei foreign terrorist fighters dalle zone di guerra. In Italia su 120 partiti ne sono già rientrati dodici.


da  IL  GIORNALE.IT

L’ultima frontiera del terrore: “L’Isis userà le armi chimiche”

I timori dei servizi di intelligence per capitali e città europee A rischio acquedotti, metropolitane e aule universitarie

Se la guerra chimica del terrorismo islamico contro l’Occidente non è ancora stata lanciata, c’è un eroe da ringraziare: il preside della facoltà di fisica di Mosul, che nel novembre 2015 venne giustiziato sulla piazza di Ninive per non avere voluto mettere il suo sapere a disposizione dell’Isis.

Ma da allora un anno è passato, e il Califfato ha arruolato qualcuno più disponibile di quel professore senza nome.

Così ieri dal governo britannico parte l’allarme: la chimica e la biologia sono le nuove armi cui lo Stato islamico si affida. «Non hanno ostacolo morale a usare armi chimiche contro le popolazioni e, se potessero, lo farebbero in questo Paese», dice il ministro degli Interni Ben Wallace in una intervista al Sunday Times, «il numero di vittime che potrebbe essere coinvolto sarebbe la peggior paura di tutti». E così facendo alza il velo pubblicamente su uno scenario cui gli specialisti dell’intelligence occidentale stanno lavorando da tempo, in silenzio per non creare ulteriore panico in una opinione pubblica già logorata dalla sindrome della bomba o del camion killer: quello dell’attacco con «dirty bombs», bombe sporche, ordigni resi micidiali non dal potenziale esplosivo ma dalla carica di veleni o virus che potrebbero spargere senza trovare ostacoli in qualunque metropoli occidentali. Scenari da incubo, perché contro la Morte Nera non esiste carroarmato che possa fare da scudo.

Acquedotti, mezzi di trasporto, luoghi affollati, comunità ad alto interscambio come le facoltà universitarie: tra i possibili bersagli c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il ministro Wallace non parla a vanvera, perché dell’investimento dei gerarchi del Califfato nella guerra chimica ci sono purtroppo notizie incontrovertibili. E almeno in un caso le autorità di un paese occidentale hanno dovuto correre ai ripari: è successo in Francia, dove si sono dovute alzare le misure di sicurezza intorno all’acquedotto che alimenta Parigi, dopo che fonti attendibili avevano riferito di un inquinamento imminente da parte di cellule jihadiste. D’altronde già tra il 2002 e il 2003 l’allora leader di Al Qaeda, Al Zarkawi, aveva pianificato l’attacco alla metropolitana di Londra con proteine di ricina in grado di provocare la morte cellulare.

Il sogno originario di Osama bin Laden era, in realtà, costruirsi un’arma nucleare, ma il progetto si era arenato di fronte alle difficoltà tecniche. Da allora le CW, le chemical weapons, sono salite al primo posto nei piani di sviluppo del terrorismo islamico. La svolta è arrivata nel giugno 2014, con la conquista di Muthanna, dove era basata la principale fabbrica di armi «non convenzionali» del regime di Saddam.

I ricercatori del Califfato hanno davanti a sè un esempio cui rifarsi, il più importante attacco chimico condotto finora su una città sviluppata: l’attentato al sarin, un gas nervino, realizzato nel metrò di Tokio compiuto nel 1995 dalla setta di Aum Shinrikyo, ben più efficace (dodici morti) degli attacchi all’antrace realizzati negli Usa a ridosso dell’11 settembre. Ma il timore dell’intelligence occidentale è che oggi il livello tecnologico del Califfato sia già molto più avanti, dopo la campagna di reclutamento varata dall’Isis arruolando chimici, fisici, biologi e informatici per realizzare CW ad alto potenziale.

A preoccupare l’antiterrorismo è la varietà quasi infinita di varianti che questa strategia può imboccare. In un accampamento dell’Isis in Siria, per esempio, venne ritrovato il computer di un miliziano tunisino con migliaia di studi sulle armi chimiche, compreso un progetto di utilizzo come arma della peste bubbonica di provenienza animale. Ma il sentiero più battuto pare sia quello degli Rdd, ordigni radiologici in grado di combinare esplosivi tradizionali con dosi ingenti di radio e celsio, usati nel trattamento del cancro e quindi di libera circolazione.

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