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PECCATO CHE LORO MALGRADO SE NE SIANO ACCORTI ANCHE TUTTI I FRIULANI……. CON GLI IMMENSI DANNI CHE HA FATTO LA SERRACCHIANI !!!!

30 ottobre 2016

Ci ha massacrato la sanità, ci ha tolto tanti punti nascita ( A Gorizia, se un bambino vuole nascere deve nascere in Slovenia, a Nova Gorica) vuole disgregare i territori e i collegi elettorali, abbiamo cercato e ottenuto le firme per indire un referendum abrogativo di quell’aborto di legge che sono le UTI e la “zarina” di sinistra non gliene è fregato di meno e non ha indetto un bel niente . Una dittatura cialtronesca da far vergognare anche i peggiori regimi comunisti . Ha vinto con uno scarto di 2.000 voti a fronte di 12.000 schede annullate al centrodestra……. ed ecco che arriva magistratura democratica in aiuto……. il TAR respinge il ricorso e a distanza di ben 3 anni stiamo ancora aspettando che si pronunci il Consiglio di Stato . Comunque vadano le cose, il 2018 non è lontanissimo e sono certo che i friulani sapranno come “ringraziare” Debora Serracchiani e tutti i suoi Assessori!!!!

Patrick di Majan

 

da  MessaggeroVeneto  30 ottobre 2016

L’ANALISI

Il dirigismo non paga, il Pd se n’è accorto

Da Renzi alle Uti, le ragioni delle difficoltà del centrosinistra

di Giuseppe Ragogna

UDINE. C’è una foto che è ricordata ancora come il simbolo del trionfo del Pd: il sindaco di Trieste, Roberto Cosolini, tiene in braccio Debora Serracchiani. Entrambi sono raggianti.

L’immagine è datata 22 aprile 2013, la notte in cui il centrosinistra (o meglio la sua leader) conquistò la Regione, al termine di una sfida che sembrava impossibile.

Il clima politico non era buono per i Democratici. Bersani stava mettendo a segno un fallimento dopo l’altro: intanto, non era riuscito a smacchiare il giaguaro, rappresentato dalle sette vite Silvio Berlusconi; poi, non sfondava nelle trattative per il Governo; infine, inanellava una serie di figuracce nelle manovre per l’elezione del Capo dello Stato.

Il Pd si era incartato, in preda a veti incrociati e a tradimenti. La sua implosione aveva una carica devastante in giro per l’Italia. Resistette il Friuli Venezia Giulia. Serracchiani si lasciò così trascinare dall’entusiasmo: «Se non c’era Roma di mezzo, sarebbe stata un’asfaltata».

In realtà, la vittoria aveva la sua firma, ma fu agevolata da alcuni errori commessi dall’avversario, Renzo Tondo, il quale proprio nel capoluogo regionale si lasciò scappare oltre 12 mila voti per non aver voluto riconoscere la lista civica di Franco Bandelli, spiccatamente di centrodestra.

L’accordo era possibilissimo. Incassò invece una disfatta dolorosissima, considerato che la sconfitta fu di soli 2 mila voti, pari alla miseria dello 0,39%. L’anno successivo ci fu la marcia trionfale del voto europeo. E il Pd pensò di essere un partito inaffondabile, tanto più che Debora Serracchiani fu nominata vice di Matteo Renzi, accumulando potere nelle istituzioni e nel partito.

L’immagine sbiadita. I due protagonisti di quella vecchia foto oggi sono quasi irriconoscibili: Cosolini ha perso il Comune, mentre Serracchiani ha smarrito il sorriso dei tempi migliori, sotto il cannoneggiamento delle opposizioni. Il suo Pd sta letteralmente franando, perché in Friuli Venezia Giulia sta perdendo i suoi riferimenti territoriali.

È una galassia litigiosa. Oltre a Trieste, nello scorso giugno ha subito una batosta anche a Pordenone. È stato sconfitto cioè nelle due realtà in cui aveva costruito la scalata alla Regione. Il crollo si è ripetuto in questi giorni a Monfalcone, Codroipo e Ronchi dei Legionari.

Nei primi due casi la sfida è ancora aperta dal ballottaggio, ma i candidati del centrosinistra sono molto sotto nei confronti degli avversari, rispettivamente di 15 e di 10 punti. La “remuntada”, per usare un termine calcistico, è un’operazione disperata. Il Pd legittimamente ci spera,  ma sarebbe il caso che cercasse di individuare fin da subito le ragioni del distacco dal suo elettorato.

Perché la luna di miele è durata così poco? Innanzitutto, alcuni punti di crisi sono essenzialmente gli stessi presenti dal Nord al Sud del Paese. Nel calderone mettiamo tutto: un’economia che arranca, l’allargamento di disuguaglianze, la questione dei profughi, i rapporti fragili della politica con la cosiddetta “società civile”. Questa situazione coinvolge tutto il gruppo dirigente del Pd, dal centro alla periferia. Chi ha responsabilità di governo è più esposto all’insofferenza dell’elettorato.

Serracchiani senza terra. Sarebbe un’analisi parziale scaricare tutte le colpe su Roma, tanto più quando si rivendicano, a ogni piè sospinto, prerogative di autonomia. Ci sarebbe da attendersi qualcosa di diverso rispetto all’appiattimento sulla situazione nazionale.

Ma iniziative inedite, se non originali, sono difficili da sviluppare quando il leader regionale (Serracchiani) siede accanto a quello nazionale (Renzi) nella segreteria del partito. Si finisce nello stesso tritacarne, dove si macina l’impopolarità delle riforme, da Roma a Trieste.

E in periferia si rischia di diventare un doppio bersaglio in uno scontro che personalizza anche il minimo dettaglio. I numeri elettorali sono impietosi. Il Pd regionale è in crisi perché si è isolato. Evidenzia la sua scarsa capacità di aggregare un’area policentrica (con dentro più sinistre e più liste civiche). Il dialogo è insufficiente, sia all’interno sia all’esterno.

Paradossalmente, il centrodestra, pur essendo ancora in uno stato gassoso, senza una leadership riconosciuta, esprime una maggiore attività di attrarre energie. E in parte minore, almeno in Friuli Venezia Giulia, questo ruolo è esercitato anche dai Cinque Stelle.

Allora, che cos’è accaduto? In una terra di forti autonomie e di mille campanili, dove attorno ai municipi si sono sedimentate le migliori risorse capaci di affrontare le emergenze (a partire da quella del terremoto del 1976), il centrosinistra ha compiuto il capolavoro di maltrattare i sindaci.

Quelli con il marchio di fabbrica tacciono per quieto vivere, gli altri alzano le barricate e si mettono di traverso. Sulle scelte più delicate, il terreno della coesione frana sotto i colpi delle opposizioni. Il lavoro a contatto diretto con gli elettori (oggi anche attraverso i social network) è essenziale per spiegare la portata dei cambiamenti, ma non lo fa più il Pd, che è scomparso dalle prime linee.

La necessità di spiegare. La buona politica tesse abilmente la tela coinvolgendo i “corpi intermedi” (enti locali, associazioni, categorie economiche), che sono quelli che aiutano a dare tonalità e a potenziare la resistenza del tessuto. In Friuli Venezia Giulia si fa fatica a governare senza creare un minimo comun denominatore con gli amministratori locali, perché sono parte integrante del suo Dna.

L’autonomia, che è cultura del fare, favorisce più che altrove il contatto diretto con l’elettorato. È difficile creare consensi attorno a riforme, che riguardino la mappa dei poteri locali o la sanità, senza lavorare intensamente fianco a fianco con i sindaci. Per esempio, sulle Uti si è fatto proprio tutto per rendere protagonisti i diretti interessati? Oppure, il fronte dei ribelli ha alzato le barricate per contestare soluzioni poco partecipate?

C’è un detto popolare che non è mai ripetuto a sufficienza: «La fretta è una cattiva consigliera». Non serve a nulla fare i primi della classe se i risultati creano lacerazioni irrecuperabili. È impensabile governare riforme fondamentali con i commissari nei municipi, o a colpi di carte bollate, magari cambiando decine di volte le regole del gioco. Mai si sono toccati punti così alti di conflittualità istituzionale.

E che dire del fenomeno dei profughi? Sia chiaro: è corretto mantenere il rispetto delle quote assegnate. Ma è necessario coinvolgere le amministrazioni locali per garantire politiche attive di gestione. Il Friuli Venezia Giulia, anche perché è un’area esposta alle rotte dell’Est Europa, si è visto assegnare dallo Stato un numero dimezzato di richiedenti asilo rispetto ad altre realtà. Proprio per questo l’accoglienza, magari sostenuta con progetti di lavori socialmente utili, potrebbe essere il più possibile diffusa nei territori. L’autonomia dovrebbe pur servire a qualcosa, se non altro a sperimentare soluzioni-pilota. In fin dei conti sono le emergenze strascicate a finire nella rete del populismo.

I limiti della politica. Le difficoltà si sono accentuate con una visione eccessivamente dirigistica. La personalità forte sia di Renzi sia di Serracchiani ha assottigliato i momenti di partecipazione alle scelte. La loro doppia responsabilità, nelle istituzioni e nel Pd, ha imbrigliato l’elaborazione di idee e proposte, perché una forza politica dovrebbe vivere in piena autonomia per elaborare proposte “a nastro”. Non a caso, per spiegare i modelli di maggior successo, si è sempre parlato di “partito di lotta e di governo”.

Due funzioni legate assieme. Poi tocca alla capacità di mediazione dirimere ogni conflittualità. Così il respiro è lungo. La concentrazione di questi poteri non trova tanti riferimenti nella storia italiana. Anche a causa di ciò, nella nostra regione è entrato in crisi il partito degli amministratori locali, quello capace di mantenere solide radici, quello che era considerato dagli avversari il valore aggiunto del Pd.

Lo strappo è marcato. Non a caso le esperienze premiate dagli elettori (recentemente Palmanova, con Francesco Martines, e San Vito al Tagliamento, con Antonio Di Bisceglie) sono quelle rimaste nel solco della tradizione. Ma sono poche. In realtà, il territorio è stato abbandonato anche dalla pattuglia parlamentare, poco concentrata su questioni locali: «Chi sono i deputati e i senatori? Chi li ha mai visti?»: sono provocazioni ricorrenti.

Così il deficit strutturale favorisce lo smarcamento di singoli o di gruppi dalla leadership del Pd. Regna una sorta di fai-da-te. Infatti, sono già in atto alcune scaramucce in attesa del referendum costituzionale, che sarà la madre di tutte le battaglie.

Non c’è compattezza neanche su un fronte così delicato: c’è chi è attivo per il “no”; chi per il “sì” (in questo caso emergono mille sfumature raccolte in comitati che spesso seguono logiche correntizie); chi addirittura non si vede proprio in giro per garantirsi le “mani libere” in una prospettiva futura. In pratica, il partito non c’è, con la conseguenza che mancano le progettualità per allargare la classe dirigente.

Di tanto in tanto ci mette lo zampino la Buona Sorte. Ma questa è un’altra cosa, non è Politica. C’è invece un silenzio assordante sulle questioni fondamentali, quelle che toccano i cittadini. Se il Pd vuol esserci, batta un colpo, per uscire da quella “terra di nessuno” dove regnano soltanto i regolamenti dei conti.

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