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TALE PADRE E TALE FIGLIO……….!!!!!

ottobre 13, 2016

Queste vignette sono opera di  Iacopo Fo, figlio di Dario, su il rogo di Primavalle dove persero la vita i Fratelli Mattei.

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da  IL  GIORNALE.IT

 

Quando Dario Fo difendeva gli assassini del rogo di Primavalle

Dall’attacco al commissario Calabresi alla difesa degli assassini (rossi) dei fratelli Mattei, arsi vivi a Primavalle. Ecco le battaglie politiche di Dario Fo

Dario Fo non fu soltanto un artista. Fu un Nobel nello schierarsi politicamente, sempre all’estremo, dalla Repubblica di Salò al Soccorso Militante Rosso.

Il passo non è breve, ma lui lo fece. L’importante era piacere, salire sul carro giusto. Tanto che quando divenne un idolo della sinistra (estrema) appoggiò campagne politiche che definire erronee sarebbe troppo delicato.

Le battaglie politiche di Dario Fo

Il 16 aprile1973 i militanti di Potere Operaio incendiarono la casa di Mario Mattei, esponente del Msi, e uccisero i figli Virgilio e Stefano di 22 e 8 anni. Franca Rame e Dario Fo si schierarono in difesa di Achille Lollo, condannato a 18 anni di reclusione per incendio doloso e omicidio colposo come autore di quello che passerà alla cronache come il rogo di Primavalle. Come scrive oggi Aldo Cazzullo sul Corriere, Fo spalleggiò non “una vittima della repressione”, ma “il carnefice dei fratelli Mattei arsi vivi a Primavalle”.

Per Achille Lollo, Franca Rame organizzò una raccolta fondi “per farlo sentire meno solo”. “Ho provato dolore e umiliazione – scrisse la moglie di Fo – nel vedere gente che mente, senza rispetto dei propri morti”, affermando che a provocare la morte dei due bambini di Primavalle fossero stati gli stessi “fascisti”. Al suo fianco c’era sempre il marito drammaturgo e premio Nobel: insieme fecero parte dell’associazione Soccorso Militante Rosso creata appositamente per sostenere i compagni accusati di omicidio e altri reati.

Ecco la lettera che la Rame, con l’appoggio di Fo, scrisse a Lollo: “Caro Achille, ti ho spedito un telegramma non appena saputo del tuo arresto, ma oggi ho saputo che i telegrammi in partenza da Milano hanno anche 15 giorni di ritardo. Arriverà che sarai già uscito. Ieri e oggi i giornali parlano di te dando ottime notizie. Caduta l’imputazione di strage. Bene! Sono contenta. Quello in cui spero tanto è che al giudice Sica capiti quello che è capitato anche a Provenzale. Così, dopo aver provato sulla propria pelle quello che vuol dire la prossima volta staranno attenti (a loro o ad un loro figlio). Comunque credo che tu sia un pò contento. Anche il fatto ridicolo degli esplosivi seguirà l’altro, anche perchè di esplosivi non ne avevi. Io non ti conosco, ma come molti sono stata in grande angoscia per te. Ho provato dolore ed umiliazione nel vedere gente che mente, senza rispetto nemmeno dei propri morti. Dolore di saperti protagonista di quel dramma scritto da un pessimo autore. Ti ho inserito nel Soccorso rosso militante. Riceverai denaro dai compagni, e lettere, così ti sentirai meno solo. Comunicami immediatamente la tua scarcerazione, che avverrà prestissimo. Se puoi scrivi. Un fortissimo abbraccio.


Quando Dario Fo firmò la condanna del commissario Calabresi

Sotto la lettera pubblicata da L’Espresso contro il commissario Calabresi anche la firma di Dario Fo

C’è una firma che macchia, indelebilmente, la figura di Dario Fo. La firma posta in calce alla lettere aperta pubblicata il 13 giugno 1971 da L’Espresso che accusava, ingiustamente, Luigi Calabresi di essere il “responsabile” della morte di Giuseppe Pinelli, l’anarchico accusato della strage di Piazza Fontana a Milano e precipitato dalla finestra della questura.

La lettera di Fo contro Calabresi

Quella lettera fu definita da più parti, anche da alcuni firmatari, come l’appoggio ideologico ai mandati e agli assassini che poi uccisero il commissario: Ovidio Bompressi, Leonardo Marino, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri. Giampaolo Pansa scrisse chiaramente che la lettera du “un avallo al successivo assassinio di Calabresi”.

La tardiva (e incompleta) revisione

Molti anni dopo Dario Fo disse che anche Calabresi fu in realtà una vittima, senza però mai rinnegare in pieno la firma a quella lettera. In un’intervista, sempre a L’Espresso, del 2012, Fo disse che il commissario fu un “capro espiatorio”, una “vittima sacrificale di chi ha prima ordito le stragi e poi insabbiato le indagini”. Ma non un passo indietro sulla firma, che invece molti hanno ritrattato: “Certo – disse quattro anni fa Dario Fo – perché ora si sa quello che è avvenuto dopo. Ma non dimentichiamoci che cosa sono stati quei tre anni e i successivi. Stragi spaventose. Una macchina del potere che ha affondato nella menzogna tutti i processi. La buffonaggine di continuare ad additare gli anarchici come colpevoli quando ormai l’accusa era smontata, scoppiata. Le aggressioni, contro di noi mettevano continuamente bombe a teatro. E le violenze“.

La vesrione di Dario Fo è stata fino alla sua morte quella di un tempo, quando mise in opera “Morte accidentale di un anarchico”, dedicata proprio al caso Pinelli. “Sono stato tra i primi a dire che Calabresi non aveva avuto che un ruolo marginale nella vicenda di Pinelli. Dissi pubblicamente che chi aveva ucciso Calabresi poteva essere soltanto qualcuno che aveva interesse a chiudere il processo Pinelli. Calabresi, in quella stanza della Questura, c’ era entrato soltanto un paio di volte. Poi il commissario venne ucciso: e da allora troppi dimenticano o fingono di dimenticare che non pochi avevano interesse a chiudere il caso Pinelli, e che uno dei modi per chiuderlo era quello di eliminare Calabresi. Altro che Lotta continua”. Tra le posizioni del premio Nobel, infatti, anche la strenua difesa dei responsabili (accertati da una sentenza) della morte del commissario.


UNA  BANDIERA  BUONA  PER  OGNI  VENTO……..!!!!!

da  IL  GIORNALE.IT

 

Il passato in camicia nera del repubblichino Dario Fo

Una foto ritrae Dario Fo sorridente mentre veste la divisa della R.S.I. E una sentenza permette di definirlo “rastrellatore”

C’è anche la camicia nera nel passato di Dario Fo, non solo la spilla di militante della sinistra che nel tempo s’è cucito addosso per poi passare al grillismo.

Fu fascista, e pure volontario nella R.S.I. Secondo una sentenza del Tribunale fu anche un rastrellatore, avendo preso parte alle azioni militari del Battaglione Azzurro di Tradate in cui era inquadrato. In qualche modo Fo cercò di nascondere ed edulcorare la sua militanza nelle file del fascismo di Mussolini. Portò pure in Tribunale il quotidiano Il Nord che lo definì, appunto, fascista e rastrellatore. “È certo che Fo ha vestito la divisa del paracadutista repubblichino nelle file del Battaglione Azzurro di Tradate. Lo ha riconosciuto lui stesso – e non poteva non farlo, trattandosi di circostanza confortata da numerosi riscontri probatori documentali e testimoniali – anche se ha cercato di edulcorare il suo arruolamento volontario sostenendo di avere svolto la parte dell’infiltrato pronto al doppio gioco. Deve ritenersi accertato che delle formazioni fasciste impegnate nell’operazione in Val Cannobina facessero sicuramente parte anche i paracadutisti del Battaglione Azzurro di Tradate. ( … ) Non è altrettanto certo, o meglio è discutibile, che vi sia stato impiegato Dario Fo. Ma (…) la milizia repubblichina di Fo in un battaglione che di sicuro ha effettuato qualche rastrellamento, lo rende in certo qual modo moralmente corresponsabile di tutte le attività e di ogni scelta operata da quella scuola nella quale egli, per libera elezione, aveva deciso di entrare. È legittima dunque per Dario Fo non solo la definizione di repubblichino, ma anche quella di rastrellatore“.

Dario Fo si arruola nelle R.S.I.

Nella sua vita di impegnato artista e drammaturgo di sinistra, Fo cercò di ricrearsi verginità politica da un passato non cancellabile. Non si cancellano infatti le foto che lo rintraggono, sorridente, insieme ai camerati repubblichini (guarda la foto). Dapprima disse di aver firmato l’arruolamento “per necessità”, poi di essere una sorta di infiltrato. “Io repubblichino? – raccontò a Repubblica nel 1978 – Non l’ho mai negato. Sono nato nel ’26. Nel ’43 avevo 17 anni. Fin a quando ho potuto ho fatto il renitente. Poi è arrivato il bando di morte. O mi presentavo o fuggivo in Svizzera”. Eppure il giudice è stato chiaro nel dire che Fo fu “moralmente corresponsabile di tutte le attività e di ogni scelta operata da quella scuola nella quale egli, per libera elezione, aveva deciso di entrare”. Amen.

Ma lui non era d’accordo, così al Corriere della sera disse che lo fece “per ragioni molto più pratiche: cercare di imboscarmi, di portare a casa la pelle (…). Io e tanti miei amici chiamati alla leva, per evitare il fronte le pensavamo tutte. E per evitare di essere deportato in Germania la scappatoia fu quella di arruolarmi nell’artiglieria contraerea di Varese. Una contraerea mancante dei pezzi fondamentali, i cannoni. Una situazione ideale per noi, che contavamo di tornarcene tranquillamente a casa. In permesso perenne. Invece era una trappola. Appena arruolati ci caricarono sui treni merci, ci fecero indossare divise tedesche e ci affidarono all’esercito del Reich, per farci addestrare sul serio. In realtà ci usarono come bassa manovalanza (…) A un certo punto capimmo che ci avrebbero trasportati in Germania a sostituire gli artiglieri tedeschi massacrati dalle bombe. E allora altra fuga . L’unico scampo era arruolarsi nella scuola dei paracadutisti di Tradate, a due passi da casa mia. (…) Finito l’addestramento, fuga finale. Tornai nelle mie valli, cercai di unirmi ai partigiani, ma non era rimasto nessuno”.

 

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