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CHE NE DITE, E’ ARRIVATA L’ ORA DI PRENDERLI A CALCI IN CULO……. PRIMA I COMUNISTI E POI QUESTI PEZZENTI ????

14 agosto 2016

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da  VOX  NES

 

COMO: ARRIVANO I PROFUGHI, E ALLA MADONNA VENGONO AMPUTATE LE MANI

I detenuti islamici minaccano i secondini: “Lavatevi prima di toccare il Corano”

Nelle carceri italiani comandano i musulmani estremisti. I giudici proteggono gli islamici ma non controllano quelli radicalizzati

Quando i poliziotti entrano nelle celle per fare una perquisizione, devono stare molto attenti.

Se non si sono lavati le mani con il sapone prima di toccare il Corano, i detenuti islamici possono denunciarlo. E se a pranzo non viene servita, per esempio, una “trota dotata di squame” anziché la carne di maiale, secondo i precetti di Allah che impone ai fedeli di magiare solo cibo halal, il detenuto musulmano può denunciare l’intera struttura. Questo perché sa che troverà sempre un magistrato a garantire quei diritti della Corte europea dei diritti dell’uomo. Lo stesso magistrato che, quando c’è da stargli addosso per evitare che prepari un attentato, gira lo sguardo da un’altra parte.

Secondo l’ultima informativa del ministro della Giustizia Andrea Orlando, nelle carceri italiane si sono almeno 10mila detenuti di religione islamica. Di questi ben 7.500 sono praticanti e 350 i radicalizzati. Nelle celle delle maggior parte però, come documenta Cristiana Lodi in un reportage pubblicato oggi da Libero, vengono incollate al muro i santini del Califfo Abu Bakr al Baghdadi e del leader religioso di Bengasi Abu Amer al Jazrawi e le fotografia dell’orrore jihadista nello Stato islamico. Molto spesso appaino anche le bandiere nere dell’Isis “accanto a soldati che imbracciano fucili”. Il radicalismo islamico, come ammesso dallo stesso ministero della Giustizia, si è infiltrato nella maggior parte delle carceri italiane e non può essere controllato.

“I detenuti islamici sono supponenti e irrispettosi nei confronti degli italiani – raccontano le guardie carcerarie – sono avvezzi a comportarsi come fosse loro tutto dovuto”. Appena entrano in galera imparano subito a dire “Tu razzista!”. La sanno dire perfettamente anche quando non conoscono una parola in italiano. “E – continuano gli agenti – la usano per ricattare e chiedere o lamentare qualsiasi cosa”. Il vero problema, però, è dettato dall’impossibilità di dare un nome vero a tutti questi detenuti. dalle carceri provamo a contattare il Consolato d’appartenenza o quelli presunti, ma non si riesce mai a risalire alla vera identità. “Perché – spiegano – sono i Consolati stessi a nasconderne i documenti d’identità o a farli sparire”.

In base sl regime carcerario che consente a chi sta nelle sezioni non sottoposte all’alta sorveglianza di non rimanere necessariamente in cella, i musulmani si aggregano. “In mezzo a loro ci sono le guardie – spiega a Libero il direttore di un carcere – ma nessuno può proibire ai carcerati di parlare. Al tempo stesso, nessun agente è in grado di capire cosa si dicono in arabo gli islamici”. Non solo. In tutte le carceri viene proclamato un imam: sarà lui a guidare la preghiera il venerdì e a pronunciare il sermone ovviamente in arabo che le guardie non potranno comprendere. E ancora: in base all’articolo 28 del regolamento carcerario (“Rapporti con la famiglia”), ciascun galeotto ha diritto a sentire i propri cari. Ma, dal momento che la maggior parte delle identità sono false, succede che i destinatari delle chiamate e delle corrispondenze non possano essere controllati. Infine, anche le conversazioni telefoniche avvengo in arabo. E nessuno si mette ad ascoltarne i contenuti perché nessuno è in grado di caopire l’arabo.


Israele avverte il governo: dalla Libia può arrivare la vostra fine

Netanyahu oggi incontra Renzi a Firenze. In agenda le preoccupazioni sull’avanzata del Califfato, che a due passi dalle nostre coste è sostenuto dagli uomini di Teheran

Racconterà probabilmente di suo padre Benzion e di quando, ancora bambino, gli vide piantare alcuni alberi nel giardino di casa, a Gerusalemme. L’uomo li annaffiò, li concimò con cura.

Poi, giorno dopo giorno, mese dopo mese, si mise a strappare le erbacce che crescevano intorno agli esili tronchi. «Papà, ma perché continui a strapparle?» domandò stupito il piccolo Benjamin Netanyahu: «Tanto quelle continuano a spuntare…». Suo padre rispose: «È vero, non posso fermarle. Ma se non continuo a strapparle, le erbacce soffocheranno le nostre povere piante. E noi non possiamo né vogliamo permetterglielo, vero?». L’aneddoto è molto caro a «Bibi» Netanyahu, dal marzo 2009 primo ministro d’Israele: quasi quanto gli è caro il ricordo del genitore, uno storico di fama internazionale nato in Polonia e morto nel 2012 a Gerusalemme. Quando stasera a Firenze vedrà Matteo Renzi (l’incontro è previsto dopo la fine del sabbath verso le 21), il leader israeliano quasi sicuramente glielo vorrà raccontare: e non per passione botanica, ma perché la metafora descrive alla perfezione i suoi sentimenti contro l’islam radicale e la minaccia che rappresenta per tutto l’Occidente.

A Firenze, è ovvio, i due presidenti discuteranno di molte cose. Netanyahu è arrivato in Italia giovedì scorso ed è stato a Milano, dove ha visitato l’Expo tra misure di sicurezza straordinarie: ma nel suo viaggio il premier è stato preceduto da un intenso lavorio politico e diplomatico. In base a quel che è stato possibile cogliere da più fonti riservate, all’incontro fiorentino il capo di governo israeliano (oltre alla sua fama da «duro») porta con sé un elenco di temi gravosi, che lo preoccupano molto. E su quelli cercherà la solidarietà di Renzi, un politico che stima e di cui ha apprezzato il discorso fatto davanti alla Knesset, il Parlamento israeliano, lo scorso 22 luglio.

Il primo tema sul tavolo del faccia-a-faccia è l’Iran. Dopo l’accordo di Vienna, che lo scorso 14 luglio ha posto fine al lungo embargo internazionale e alle sanzioni che contrastavano Teheran nella corsa al suo programma nucleare, Netanyahu vede quel progetto come la prima e peggiore minaccia bellica: e non soltanto per Israele, ma per tutto l’Occidente. Se l’Iran prima o poi avrà non solo l’energia nucleare ma anche la sua bomba atomica, come sono certi a Gerusalemme, la minaccia diventerà insostenibile anche per l’Europa e per gli Stati Uniti. Netanyahu l’ha detto più di una volta: l’Occidente con Teheran si sta comportando in modo insensato, proprio come un uomo che nutre una tigre, sperando di placarne la fame. La visione del primo ministro, che oggi ha 65 anni e fu soldato dal 1967 al 1972 agli ordini del mitico generale Moshe Dayan, è più che pessimistica. Netanyahu è convinto che i missili balistici intercontinentali di un Iran trasformato in potenza nucleare verranno messi al servizio di un regime convinto di avere il diritto divino di governare il mondo. Tanto più che a Gerusalemme oggi sono convinti di avere segnali precisi che uomini di Teheran siano già in Libia, accanto all’Isis.

Il secondo tema di cui Netanyahu parlerà con Renzi è proprio questo: l’Isis, il Califfato, lo Stato islamico. Israele è molto allarmato dalla sua crescita. Ma è spaventato soprattutto dalla quiescenza occidentale, dalla sua inattività. Perché è convinto che soltanto una risposta militare, sul campo, possa essere quella adeguata. Netanyahu pare certo, infatti, che oggi sia possibile battere militarmente l’Isis. Ma è anche preoccupato perché i servizi israeliani da qualche tempo segnalano infiltrazioni del Califfato perfino in Giordania. Non è improbabile che anche su questo punto il primo ministro israeliano chieda solidarietà al suo interlocutore fiorentino. Netanyahu, che da anni guarda all’islam radicale con la ferma convinzione che prima o poi uno scontro violento tra le due culture sarà inevitabile, e sarà fonte di guerre e tragedie, teme anche che l’immensa ondata migratoria dall’Africa all’Europa, che oggi in gran parte transita per una Libia senza governo e senza legge, sia il primo passo di un’invasione molto, molto poco pacifica. E a Renzi probabilmente chiederà che cosa sia possibile aspettarsi da Bruxelles, da lui vorrà sapere come l’Unione europea potrebbe affrontare la questione.

Infine, la questione palestinese. Le trattative con Abu Mazen, dal 2005 presidente della Palestina, sono a un punto morto. Ai suoi Netanyahu ripete spesso che la grande ritirata da Gaza è stata un fallimento. A Gaza, il governo di Gerusalemme aveva deciso di rispettare gli accordi, strappando alle loro case e alle loro terre circa 10mila coloni israeliani e portando via uomini e donne, vecchi e bambini, perfino le tombe. Il risultato? Dopo qualche ora, i moderati palestinesi avevano ceduto il terreno e il controllo ai radicali di Hamas.

La soluzione? Andare oltre. Oggi Israele chiede nuove garanzie: non soltanto il riconoscimento reciproco dei due Stati, sul quale peraltro continua a percepire l’ambiguità da parte palestinese. Ma anche la creazione di una zona smilitarizzata, un ampio «cuscinetto» di sicurezza. Ma Abu Mazen e i suoi non sembrano gradire affatto l’ipotesi. Anche su questo punto non è improbabile che Netanyahu cerchi la solidarietà dell’Italia. Dove la causa dell’Olp è sempre stata molto ascoltata. Fin troppo.

Maurizio Tortorella
Vicedirettore di Panorama


Profughi buttano il cibo offerto loro dal vescovo di Reggio Emilia

A Reggio Emilia la presidente della mensa del vescovo denuncia: “Ci sono cinquanta o sessanta persone che vengono ogni giorno: prendono il buono pasto in albergo, forse lo rivendono, e poi vengono qui. Se non gli piace il cibo, lo buttano”

Un episodio grave e molto sgradevole insieme. Un gruppo di profughi ospitati a Reggio Emilia getta regolarmente il cibo che viene offerto loro alla mensa dei poveri allestita in vescovado.

La denuncia arriva niente meno che dalla presidente della mensa, Maria Chiara Visconti Gramoli, in un’intervista al Resto del Carlino. Che racconta come molto spesso a bussare alla mensa del vescovo siano profughi già inseriti nel piano d’accoglienza partito con l’operazione Mare Nostrum. Persone che quindi sono già in possesso di un buono pasto per l’acquisto di cibo.

Ciononostante in molti sono soliti presentarsi alla mensa allestita in episcopio, dove ” guardano se il cibo è di loro gradimento o meno. Poi se non gradiscono buttano via tutto“. E purtroppo, spiega la Visconti Gramoli, “è accaduto diverse volte”, da parte di “cinquanta o sessanta persone”. Tanto che ai responsabili della mensa è venuto il dubbio che queste persone possano rivendere il buono pasto.

Si tratterebbe peraltro degli stessi protagonisti del “caso della pasta scotta“: i profughi che si erano ribellati perché i maccheroni non erano abbastanza al dente.

“La carità è sorda, muta e cieca – spiega la presidente della mensa – Se c’è un bisogno noi accogliamo tutti. Ma se si viene qui con l’intenzione di fare confusione e buttare via del cibo assolutamente utilizzabile, allora non ci stiamo”.


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