Skip to content

CONCORDO IN TOTO !!!!

10 luglio 2016

da  IL  GIORNALE  D’ ITALIA

 

Politica e dintorni

10/07/2016 06:15

La traversata per una nuova destra

Ecco la relazione del segretario Francesco Storace al comitato centrale del partito

La traversata per una nuova destra
Cari componenti del Comitato Centrale, innanzitutto grazie a chi ha voluto partecipare a questa riunione del nostro organismo in un sabato di luglio.
Ho ritenuto giusto indire questa riunione perché dopo le elezioni amministrative e alla vigilia di un autunno caldissimo, sia per via del referendum che per la crisi sociale ed economica che si accentuerà sempre più, va avviata la procedura di indizione del Congresso nazionale per decidere – anche dopo la due giorni di Orvieto – modi e forme per arrivare alla costituzione di un nuovo, grande, inclusivo e plurale soggetto di destra da offrire agli italiani.
LA LUNGA MARCIA DAL 2007 AD OGGI
Abbiamo trascorso, carissimi amici del CC, nove lunghissimi anni insieme tra gioie e dolori.
Dal milione di voti raccolti alle politiche del 2008 quando fummo cacciati dalla coalizione al risultato misero preso alle europee del 2009.
Nel 2010 siamo stati determinanti per la vittoria nel Lazio ed eleggemmo nostri rappresenti sia nello stesso Lazio che in Campania.
Il 2011 è stato l’anno del bel congresso di Torino al quale parteciparono 1000 delegati provenienti da tutta Italia e anche l’anno in cui la Destra, grazie all’impegno mantenuto da Berlusconi nei miei confronti, ebbe un suo rappresentante al governo con Nello Musumeci, sottosegretario al Lavoro.
Il 2012 verrà ricordato come l’anno del corteo dei 20.000 quando radunammo dalla capitale tantissimi italiani nel nome della “Sovranità monetaria” che era lo slogan che campeggiava sullo striscione d’apertura del corteo.
Alle regionali del 2013 nel Lazio, dove si votava lo stesso giorno anche per le politiche, ebbi – dopo lo scandalo Fiorito – l’onore, ma anche il grandissimo onere, di guidare la coalizione. Constatare, a spoglio completato che, pur nella sconfitta, avevo preso 30mila voti in piu della stessa coalizione che era presente alla Camera è stato motivo di grande orgoglio.
Nel 2014 dopo la mancata intesa con FDI – già da allora probabilmente covavano la loro voglia di egemonizzare a destra e distruggere qualsiasi altra forma di sopravvivenza – raccogliemmo l’appello di Berlusconi, indirizzato proprio al nostro CC decidendo di sostenere i loro candidati alle elezioni europee.
Non chiedemmo poltrone per noi.
FDI sfiorò il superamento dello sbarramento che non fu raggiunto per lo 0,3%. La loro voglia di egemonia non pago’.
L’anno successivo, 2015, sempre alla ricerca di quell’unità a destra che ha caratterizzato il nostro cammino dopo la sciagura della confluenza di An nel PDL, abbiamo e ho sostenuto personalmente moltissimi candidati di Fdi melle regioni che andavano al voto; ma dal giorno dopo Meloni e soci hanno continuato ad alzare il muro nei confronti di chiunque a destra continuava a sopravvivere, fino ad arrivare alle cronache note dei mesi scorsi e alla campagna elettorale per le comunali di Roma.
Analisi del voto
Le urne alle amministrative di Giugno hanno consegnato un’Italia politicamente ben definita: quattro gli schieramenti principali.
Il primo: quello del non voto. L’affluenza bassa indica che 4 italiani su 10 rifiutano semplicemente di partecipare attivamente alla vita politica del Paese. Sono paradossalmente il primo partito e segnano numeri in crescita a ogni tornata elettorale.
Negli ultimi due decenni, abbiamo vissuto in un sistema sostanzialmente bipolare, con un tentativo, abortito, di divenire addirittura bipartitico. Dalle scorse politiche e regionali e, confermato dalle comunali, il sistema è diventato tripolare. E l’altissima, sempre più alta, percentuale di astenuti è anche e soprattutto figlia di questo sistema malato: centrodestra e centrosinistra hanno finito per assomigliarsi così tanto – e disgustare, allontanandoli dalle urne, così tanti cittadini – da aver concimato il rifiuto della politica.
Silvio Berlusconi – ha correttamente analizzato Dario Franceschini della scorsa direzione del Pd – è stato il collante di questi ultimi 20 anni. Il collante per il centrodestra ma anche per il centrosinistra. Tanto collante che il Pd ha finito per riprodurre, in sedicesimi, un piccolo leader come Renzi che, pur senza avere il grande senso politico di Berlusconi, ne imita modi e slogan.
Questo ha creato il terreno fertile per l’affermazione dei 5Stelle: gli elettori – delusi, scandalizzati, stufi di un sistema politico piegato su se stesso, impegnato a raccontare che va tutto bene mentre il Paese va a rotoli, che finisce ciclicamente per comparire in Tribunale per furti, ruberie, tangenti e malversazioni, e il caso Expo di Milano, con esponenti Ncd sui giornali e nelle carte della Procura, è solo l’ultimo di una lunga serie  – hanno scelto chi gridava allo scandalo, che prometteva semplicemente onestà, come un mantra dietro cui si palesa una grande inconsistenza politica.
Del resto, a furia di mettere in soffitta la nostra storia; calpestando ogni traccia di valori nel nome del nuovo; mistificando e magnificando la fine della destra e della sinistra; alla fine abbiamo convinto gli elettori a votare per chi se ne frega di ciò che c’è alle nostre spalle, se ne infischia di qualsiasi coerenza morale e che giudica più convenienti scomode caselle a indicare appartenenza politica. Sono i Cinque stelle, a cui auguriamo di restare onesti come dicono di essere.
In realtà costoro si affermano solo perché manca una destra seria. Finché c’era e si chiamava Alleanza nazionale, l’alternativa alla sinistra non poteva prescindere da essa. Oggi, l’eredità di quella storia galleggia. Ma quando sparisci da consigli comunali che rappresentano nel complesso milioni e milioni di italiani hai voglia a strillare che sei di destra più degli altri.
Stamane, dobbiamo cominciare a scrivere una storia nuova. Dobbiamo rassegnarci al post-ideologismo, o tentare di mantenere coerenza in altre forme? Non credo che la destra sia improvvisamente diventata fuorilegge nella politica italiana; semplicemente deve essere ricostruita da soggetti adeguati allo scopo. E magari puntare ad ampliarsi, senza escludere. Riprendendo un percorso antico e nobile.
Altrimenti non potremo più lamentarci per i molti, troppi, che hanno scelto di non andare a votare. E per quei molti altri, che in maniera trasversale hanno scelto il Movimento 5Stelle che è passato dalle iniziali bassissime percentuali elettorali a battersi seriamente per essere il primo partito in Italia. E questo – lo ribadisco – nonostante la palese e conclamata vacuità delle loro proposte politiche.
Lo stesso Partito Democratico segna un arretramento sempre più deciso e netto. E più arretra, più il suo leader aumenta forsennatamente il grado di arroganza nella gestione interna e, soprattutto, nel rapporto mediatico con il popolo, presentandosi come l’unica àncora di salvezza di fronte a un non meglio precisato diluvio ma senza più offrire un verbo credibile.
Il centrodestra è ridotto a brandelli con un fronte chiamiamolo lepenista e uno più moderato che sembrano incanalarsi verso livelli di incomunicabilità sempre più netti. Berlusconi sconta un duplice appannamento nella sua figura di leader: l’età, elemento oggettivo, che si accompagna ai recenti acciacchi fisici, e il logoramento legato alla sua credibilità personale a seguito di un ventennio di inchieste giudiziarie. Questi due elementi ne hanno messo in crisi anche la capacità di interpretare il mood del Paese e, di conseguenza, la capacità di essere motore, centro di riferimento e pilastro essenziale del centrodestra. La scomparsa, di fatto, dalla scena politica degli uomini che avevano caratterizzato il ventennio berlusconiano – Fini, Casini, Bossi – ha portato alla ribalta leve nuove – Meloni e Salvini – che non appaiono in grado di spingersi più avanti del piccolo orticello.
Questo come quadro di sintesi generale.
Nello specifico, poi, a livello locale ci sono alcuni elementi che devono far riflettere.
Roma e Torino, finite in mano ai 5Stelle e con esiti, almeno al momento, molto diversi fra loro.
Milano, consegnata nelle mani di una coalizione di centrosinistra guidata da un uomo di centrodestra; con il centrodestra – guidato invece da un uomo di centrosinistra – fermato all’opposizione, in modo analogo a quanto avvenuto a Bologna pur se con un distacco inferiore, dall’errato e miope calcolo avanzato da Salvini di appoggiare i 5Stelle dove fossero al ballottaggio contro il Pd, in cambio di un auspicato e mai giunto sostegno dell’elettorato pentastellato, ai candidati di centrodestra in lotta con i piddini.
Napoli che vede una triplice sconfitta: 5Stelle, centrodestra e Pd battuti dall’uscente e riconfermato De Magistris.
Ovviamente, per ragioni facilmente intuibili senza bisogno di ulteriori spiegazioni, l’attenzione mediatica è incentrata su Roma.
La netta affermazione della Raggi va analizzata con attenzione.
In questa tornata elettorale, La Destra si è spesa moltissimo. Mi sono speso moltissimo.
Fin da gennaio, ho urlato ai quattro venti la necessità che si trovasse un candidato unitario. Attraverso le primarie, da tutti sempre invocate quando si è in posizione di rincorsa e con il vento in poppa e poi immediatamente accantonate quando occorre difendere rendite di posizione. Dopo due mesi di vana attesa, di continui richiami, di disponibilità massima, ho lanciato la mia candidatura quando Giorgia Meloni rinunciava ufficialmente alla propria per baloccarsi con nomi improbabili. Sapete che al momento di vedere i sondaggi che facevano segnare un’emorragia di consensi da Fratelli d’Italia a me, lei ha invertito la rotta ed è scesa in campo.
Nonostante la quantità innumerevole di volte in cui le ho offerto sostegno, lei ha sdegnosamente e semplicemente ignorato il nostro movimento, in nome di un nuovismo idiota e becero. Che, infatti, si è tradotto in una buona affermazione dentro il Grande Raccordo Anulare e poi basta.
Alla fine, in un panorama francamente desolante, ho ritirato la mia candidatura per convergere, insieme a Forza Italia, su Alfio Marchini. Un posizionamento che, palesemente, gli elettori non hanno gradito o non ho avuto – io come gli altri partner – la capacità di spiegare e far comprendere adeguatamente.
I cittadini erano probabilmente talmente stufi dei partiti che neppure la mia assoluzione in Appello nel processo contro Napolitano, giunta a poche ore dal voto e arrivata dopo aver rinunciato alla prescrizione, è servita per premiare chi in politica è riuscito, almeno, a dimostrare che non tutto è marcio, e che a destra c’è chi può vantare onestà; ma così è andata.
A Roma si è giocata una sfida di estrema rilevanza che si è conclusa con una più che netta affermazione dei grillini che, in questi giorni, sono già sotto tempesta per la conferma del timore – avanzato dai più – di incapacità a governare (anche se in realtà che cosa si puo’ pretendere dopo appena 15 giorni…). Verrebbe quasi voglia di lanciare l’hastag #lasciamolilavorare ma sarebbe un errore centrare un’analisi complessiva di questa tornata elettorale solo sulla Capitale.
La Capitale, in questo sistema, assume un ruolo simbolo, iconico. Ma il Paese non finisce con il Grande Raccordo Anulare. Nelle cinque grandi città il centrodestra ha perso dappertutto e non solo a Roma.
Tutti e tre gli schieramenti stanno palesando grandi problemi.
Il centrosinistra è alle prese con una leadership, quella che Renzi ha guadagnato non attraverso il voto popolare ma grazie a una serie di astuzie e cavilli da retrobottega, sempre più appannata. La minoranza interna ogni giorno è più strepitante ma, fino ad oggi, si è limitata a far cagnara senza riuscire seriamente ad avanzare una proposta politica alternativa al Matteo fiorentino. Nemmeno i guai economico-giudiziari in cui alcuni esponenti del Governo si sono trovati coinvolti ha costituito un elemento di rinnovamento. Se esaminiamo, poi, con attenzione i dati elettorali delle amministrative di giugno, emerge una sconfitta piuttosto netta del Pd e degli uomini scelti. Fassino surclassato dalla Appendino. Giachetti doppiato dalla Raggi. Sala, vincitore, ma uomo certo non di sinistra. A Napoli, la conferma di De Magistris. A Roma, il Pd, porta a casa un misero 17%, di 30 punti lontano dai fasti di pochi anni fa.
I 5Stelle sono alle prese con la bicicletta. E stanno dimostrando di non saperla guidare. Certo, si potrà obiettare che a Torino sono partiti benino. Vero. Ma Torino – con tutto il rispetto – non è Roma e non ne presenta gli stessi problemi.
E veniamo al centrodestra. Se Atene piange, Sparta non ride.
C’è davvero poco da ridere.
Come dicevo poc’anzi, i due fronti del centrodestra hanno finito con l’elidersi fra di loro. Praticamente ovunque. E nessuno può reclamare neanche lontanamente la palma della vittoria.
Non la Lega e nemmeno Fratelli d’Italia. E neanche Forza Italia. Le divisioni hanno solo favorito il movimento di Grillo, che meglio di altri, riesce a parlare e interpretare la pancia del Paese.
Le colpe sono di Berlusconi, Salvini e Meloni.
Poniamoci, dunque, un duplice quesito politico.
Da dove dobbiamo ripartire? E con quale obiettivo da raggiungere?
Il nodo è tutto qui.
Non vi nascondo che il nostro movimento attraversa una fase delicata, soprattutto per quel che riguarda la situazione economica e l’esposizione debitoria.
Ma ci sarà tempo per analizzare anche questo aspetto.
Io credo che si debba ripartire da alcune questioni.
La prima: nonostante la frammentazione del voto, che con il sistema elettorale attuale ha penalizzato tutto il centrodestra inteso come macroarea politica, vi è mediamente un terzo del corpo elettorale che non si riconosce né nel grillismo né nel renzismo.
Questo significa che una ritrovata unità può rilanciare la destra a livello nazionale.
Ma per ritrovare unità, non basta limitarsi ad auspici e vaticini. Occorre compiere alcune scelte, forse dolorose, ma, se non altro, chiare e che riportano cristallinità nel nostro mondo.
Innanzitutto, vi è un problema di selezione della classe dirigente che è una medaglia a due facce.
La prima. Troppi personalismi, troppi veti legati a rancori che affondano spesso le radici in un lontano passato, troppo lunga permanenza sugli scranni delle istituzioni. Ma troppe volte assistiamo a giovani che mollano perché non trovano spazio e che, poi, magari, vanno verso i 5Stelle che offrono se non altro una parvenza di occasioni per crescere politicamente.
Contemporaneamente manca il radicamento sul territorio, l’azione politica quotidiana, quella difficile e faticosa che include l’ascolto della gente, la conoscenza delle proprie città e dei loro problemi, o anche l’attacchinaggio notturno dei manifesti. E la preparazione anche teorica. Non ci sono quasi più sezioni, o circoli attivi.
E stiamo finendo per delegare alla rete, ai click, ai “mi piace”, ai salottini-pollaio televisivi la scelta dei leader del futuro in cui non conta ciò che si dice ma come lo si dice, se si è più fotogenici o più bravi a urlare.
Cosa otteniamo? Leader di cartapesta, che durano lo spazio di un nero pubblicitario, totale assenza di programmi concreti e credibili, promesse sempre più roboanti e mirabolanti all’elettorato che, poi, puntualmente deluso, si allontana sempre più dalla politica che viene vista solo come un circo barnum ad uso e consumo dei politici stessi. E menti brillanti che emigrano, se non fisicamente, almeno metaforicamente dal mondo politico. E quelli che restano che passano dai click della rete a quelli delle manette dei carabinieri.
Un sistema così è un sistema impallato, piegato su se stesso, che non produce nulla di buono.
Ecco, dunque, da dove ripartire: dobbiamo ritornare a fare politica sul territorio, a selezionare e far crescere una nuova classe dirigente, fare spazio ai giovani. E, si badi bene, per giovani non intendo solo parlare in termini meramente anagrafici. Intendo anche evidenziare che “nuovo” non è “nuovismo”, che nelle nostre fila, in quelle del centrodestra, ci sono delle potenzialità che, però, vanno fatte crescere. Non possiamo sentirci una morale sul nuovo da chi siede in Parlamento da un ventennio, dopo magari aver fatto il consigliere municipale, comunale, provinciale e regionale. L’obiettivo, come dicevo all’inizio, è quello di avviare un percorso che dopo lo svolgimento del congresso porti la nostra comunità a confluire in un nuovo soggetto di destra, inclusivo e plurale.
Una nuova destra che sia in grado di avere delle idee chiare sui temi principali che stanno animando il dibattito nel Paese. Sull’euro, sull’Europa, sulle banche, sul terrorismo. Ma anche sul terreno delle scelte sociali, sulle pensioni, sull’assetto istituzionale del Paese. E, per idee chiare, intendo non gli slogan buoni per qualche trasmissione televisiva, ma che abbiano una radice di pensiero organica.
Già da sabato prossimo a Napoli, dove tra l’altro una lista civica sostenuta da noi, Azione nazionale ed altri, ha eletto un consigliere comunale superando il 3,5%, porremo le basi oltre che per arrivare al congresso costituente, anche per presentare il “Comitato referendario per il No alle riforme costituzionali”.
L’intento è presentarci al Paese con una classe dirigente credibile, preparata, e un programma di governo che non sia una rimasticazione raffazzonata di qualche discorso da bar dello sport ma con una forte e robusta ossatura di pensiero.
Insieme a tutto questo continueremo la nostra battaglia politica e culturale che quotidianamente portiamo avanti con il nostro Giornale d’Italia che va arricchendosi ogni giorno con le sue inchieste, le pagine di storia, la politica quotidiana scritta e commentata senza timori reverenziali perché non abbiamo padroni e il nostro editore non è qualche banchiere o grande imprenditore, il nostro editore è il lettore che ogni giorno apre, clicca, commenta, condivide, diffonde.
A tutto questo saremo chiamati nei prossimi mesi; altrimenti, i 5Stelle di oggi saranno solo l’anticamera.
Dobbiamo dunque prepararci alla lunga traversata per ricostruire una forza di destra nei contenuti e nei valori più che nella sigla. Non avrebbe altrimenti senso rincorrere alleanze che non offrono suggestioni ideali agli elettori.
 Questo centrodestra litiga sul leader di questa parte dell’opposizione, invece di ricompattare un’alleanza che potrebbe essere vincente. E lascia campo libero a Renzi e Grillo. Berlusconi se ne frega di Fitto, Salvini di Tosi e la Meloni di tutto quello che c’è a destra, ciascuno presidiando il proprio orto, ma magari disponibili a venire a patti persino con Angelino Alfano.
Nella vastissima destra nazionale che non si riconosce ne’ in Fdi ne’ ancora in noi, c’è un ampio spazio da coprire, per un movimento plurale patriottico, cristiano, sociale. Che non deve preoccuparsi parlando di Nazione, povera gente o valori. L’obiettivo per noi rischia di essere quello di giocarsi la partita per il governo del Paese nel 2023: se si continua così, le prossime elezioni saranno segnate dallo scontro Pd-M5S e dal centrodestra che si combatterà per la terza posizione. Noi non vogliamo avere nulla a che fare con clientelismo, familismo, bande e parolai. La nostra alterità l’abbiamo dimostrata persino nelle aule di giustizia. Sapremo selezionare il meglio che verrà e lo porteremo in dote alla Patria.
Sabato prossimo manifesteremo con gli amici di Azione Nazionale a Napoli, in autunno terremo il nostro congresso nazionale che indiciamo con l’approvazione della mia relazione dando delega alla segreteria generale che eleggeremo al termine di fissare la data, la località, le modalità di svolgimento con il relativo regolamento che pubblicheremo con il giornale d’Italia appena sarà elaborato.
Alla fine del percorso, secondo la mia proposta al congresso, ci sarà la confluenza de La Destra in un nuovo soggetto politico; se la maggioranza non sarà d’accordo, ci sarà democraticamente un nuovo leader alla sua guida. Ma credo di avere il dovere di lasciare spazio a facce nuove. Sosterrò il progetto politico che ritengo più utile al paese senza l’ossessione del ritorno in Parlamento: serviremo l’Italia anche raccontando ogni giorno una storia nuova. Bella e appassionata. Come abbiamo fatto in questi nove e comunque fantastici anni appena trascorsi.
C’è bisogno della rappresentanza di una forza che sappia essere interprete del bisogno di sovranità; che non costruisci se sei subalterno alla lega di Salvini. Il quale avrebbe potuto rappresentare una speranza se si fosse liberato dei dogmi secessionisti e antinazionali che invece albergano ancora in vaste fasce del suo movimento politico.
C’è necessità di una forza politica che sappia parlare con coerenza a quel vasto mondo cattolico che da troppi anni e’ rappresentato da chi fa strage di potere per le solite clientele senza costruire nulla che almeno mantenga saldi i valori non negoziabili, a partire dalla famiglia. Pensano solo alle loro e non a quelle degli italiani.
C’è bisogno di un movimento che sappia dare voce agli esclusi dalla società, a milioni di italiani sempre più poveri ai quali l’Europa delle burocrazie e delle banche ci costringe a rispondere a sportellate in faccia nel nome del risparmio sulle politiche sociali.
Se tutto questo possa trovare ospitalità e protagonismo in un centrodestra rinnovato non lo sappiamo certo alla partenza del progetto. Intanto, cominciamo a ri-parlarne a destra. Magari, alla fine del tunnel, se ne convincerà anche qualche riottoso di oggi, che non comprende che conviene a tutti una destra forte e unita. E soprattutto all’Italia.
Noi comunque ci proveremo, persino liberi dall’assillo delle candidature a tutti i costi.

Cari componenti del Comitato Centrale, innanzitutto grazie a chi ha voluto partecipare a questa riunione del nostro organismo in un sabato di luglio. Ho ritenuto giusto indire questa riunione perché dopo le elezioni amministrative e alla vigilia di un autunno caldissimo, sia per via del referendum che per la crisi sociale ed economica che si accentuerà sempre più, va avviata la procedura di indizione del Congresso nazionale per decidere – anche dopo la due giorni di Orvieto – modi e forme per arrivare alla costituzione di un nuovo, grande, inclusivo e plurale soggetto di destra da offrire agli italiani.

LA LUNGA MARCIA DAL 2007 AD OGGI

Abbiamo trascorso, carissimi amici del CC, nove lunghissimi anni insieme tra gioie e dolori.Dal milione di voti raccolti alle politiche del 2008 quando fummo cacciati dalla coalizione al risultato misero preso alle europee del 2009.Nel 2010 siamo stati determinanti per la vittoria nel Lazio ed eleggemmo nostri rappresenti sia nello stesso Lazio che in Campania.Il 2011 è stato l’anno del bel congresso di Torino al quale parteciparono 1000 delegati provenienti da tutta Italia e anche l’anno in cui la Destra, grazie all’impegno mantenuto da Berlusconi nei miei confronti, ebbe un suo rappresentante al governo con Nello Musumeci, sottosegretario al Lavoro.Il 2012 verrà ricordato come l’anno del corteo dei 20.000 quando radunammo dalla capitale tantissimi italiani nel nome della “Sovranità monetaria” che era lo slogan che campeggiava sullo striscione d’apertura del corteo.Alle regionali del 2013 nel Lazio, dove si votava lo stesso giorno anche per le politiche, ebbi – dopo lo scandalo Fiorito – l’onore, ma anche il grandissimo onere, di guidare la coalizione. Constatare, a spoglio completato che, pur nella sconfitta, avevo preso 30mila voti in piu della stessa coalizione che era presente alla Camera è stato motivo di grande orgoglio.Nel 2014 dopo la mancata intesa con FDI – già da allora probabilmente covavano la loro voglia di egemonizzare a destra e distruggere qualsiasi altra forma di sopravvivenza – raccogliemmo l’appello di Berlusconi, indirizzato proprio al nostro CC decidendo di sostenere i loro candidati alle elezioni europee.Non chiedemmo poltrone per noi.FDI sfiorò il superamento dello sbarramento che non fu raggiunto per lo 0,3%. La loro voglia di egemonia non pago’.L’anno successivo, 2015, sempre alla ricerca di quell’unità a destra che ha caratterizzato il nostro cammino dopo la sciagura della confluenza di An nel PDL, abbiamo e ho sostenuto personalmente moltissimi candidati di Fdi nelle regioni che andavano al voto; ma dal giorno dopo Meloni e soci hanno continuato ad alzare il muro nei confronti di chiunque a destra continuava a sopravvivere, fino ad arrivare alle cronache note dei mesi scorsi e alla campagna elettorale per le comunali di Roma.

ANALISI DEL VOTO

 

Le urne alle amministrative di Giugno hanno consegnato un’Italia politicamente ben definita: quattro gli schieramenti principali.Il primo: quello del non voto. L’affluenza bassa indica che 4 italiani su 10 rifiutano semplicemente di partecipare attivamente alla vita politica del Paese. Sono paradossalmente il primo partito e segnano numeri in crescita a ogni tornata elettorale.Negli ultimi due decenni, abbiamo vissuto in un sistema sostanzialmente bipolare, con un tentativo, abortito, di divenire addirittura bipartitico. Dalle scorse politiche e regionali e, confermato dalle comunali, il sistema è diventato tripolare. E l’altissima, sempre più alta, percentuale di astenuti è anche e soprattutto figlia di questo sistema malato: centrodestra e centrosinistra hanno finito per assomigliarsi così tanto – e disgustare, allontanandoli dalle urne, così tanti cittadini – da aver concimato il rifiuto della politica.Silvio Berlusconi – ha correttamente analizzato Dario Franceschini della scorsa direzione del Pd – è stato il collante di questi ultimi 20 anni. Il collante per il centrodestra ma anche per il centrosinistra. Tanto collante che il Pd ha finito per riprodurre, in sedicesimi, un piccolo leader come Renzi che, pur senza avere il grande senso politico di Berlusconi, ne imita modi e slogan.Questo ha creato il terreno fertile per l’affermazione dei 5Stelle: gli elettori – delusi, scandalizzati, stufi di un sistema politico piegato su se stesso, impegnato a raccontare che va tutto bene mentre il Paese va a rotoli, che finisce ciclicamente per comparire in Tribunale per furti, ruberie, tangenti e malversazioni, e il caso Expo di Milano, con esponenti Ncd sui giornali e nelle carte della Procura, è solo l’ultimo di una lunga serie  – hanno scelto chi gridava allo scandalo, che prometteva semplicemente onestà, come un mantra dietro cui si palesa una grande inconsistenza politica. Del resto, a furia di mettere in soffitta la nostra storia; calpestando ogni traccia di valori nel nome del nuovo; mistificando e magnificando la fine della destra e della sinistra; alla fine abbiamo convinto gli elettori a votare per chi se ne frega di ciò che c’è alle nostre spalle, se ne infischia di qualsiasi coerenza morale e che giudica più convenienti scomode caselle a indicare appartenenza politica. Sono i Cinque stelle, a cui auguriamo di restare onesti come dicono di essere.In realtà costoro si affermano solo perché manca una destra seria. Finché c’era e si chiamava Alleanza nazionale, l’alternativa alla sinistra non poteva prescindere da essa. Oggi, l’eredità di quella storia galleggia. Ma quando sparisci da consigli comunali che rappresentano nel complesso milioni e milioni di italiani hai voglia a strillare che sei di destra più degli altri.Stamane, dobbiamo cominciare a scrivere una storia nuova. Dobbiamo rassegnarci al post-ideologismo, o tentare di mantenere coerenza in altre forme? Non credo che la destra sia improvvisamente diventata fuorilegge nella politica italiana; semplicemente deve essere ricostruita da soggetti adeguati allo scopo. E magari puntare ad ampliarsi, senza escludere. Riprendendo un percorso antico e nobile.Altrimenti non potremo più lamentarci per i molti, troppi, chd hanno scelto di non andare a votare. E per quei molti altri, che in maniera trasversale hanno scelto il Movimento 5Stelle che è passato dalle iniziali bassissime percentuali elettorali a battersi seriamente per essere il primo partito in Italia. E questo – lo ribadisco – nonostante la palese e conclamata vacuità delle loro proposte politiche.Lo stesso Partito Democratico segna un arretramento sempre più deciso e netto. E più arretra, più il suo leader aumenta forsennatamente il grado di arroganza nella gestione interna e, soprattutto, nel rapporto mediatico con il popolo, presentandosi come l’unica àncora di salvezza di fronte a un non meglio precisato diluvio ma senza più offrire un verbo credibile.Il centrodestra è ridotto a brandelli con un fronte chiamiamolo lepenista e uno più moderato che sembrano incanalarsi verso livelli di incomunicabilità sempre più netti. Berlusconi sconta un duplice appannamento nella sua figura di leader: l’età, elemento oggettivo, che si accompagna ai recenti acciacchi fisici, e il logoramento legato alla sua credibilità personale a seguito di un ventennio di inchieste giudiziarie. Questi due elementi ne hanno messo in crisi anche la capacità di interpretare il mood del Paese e, di conseguenza, la capacità di essere motore, centro di riferimento e pilastro essenziale del centrodestra. La scomparsa, di fatto, dalla scena politica degli uomini che avevano caratterizzato il ventennio berlusconiano – Fini, Casini, Bossi – ha portato alla ribalta leve nuove – Meloni e Salvini – che non appaiono in grado di spingersi più avanti del piccolo orticello.

Questo come quadro di sintesi generale.
Nello specifico, poi, a livello locale ci sono alcuni elementi che devono far riflettere.Roma e Torino, finite in mano ai 5Stelle e con esiti, almeno al momento, molto diversi fra loro.Milano, consegnata nelle mani di una coalizione di centrosinistra guidata da un uomo di centrodestra; con il centrodestra – guidato invece da un uomo di centrosinistra – fermato all’opposizione, in modo analogo a quanto avvenuto a Bologna pur se con un distacco inferiore, dall’errato e miope calcolo avanzato da Salvini di appoggiare i 5Stelle dove fossero al ballottaggio contro il Pd, in cambio di un auspicato e mai giunto sostegno dell’elettorato pentastellato, ai candidati di centrodestra in lotta con i piddini.Napoli che vede una triplice sconfitta: 5Stelle, centrodestra e Pd battuti dall’uscente e riconfermato De Magistris.
Ovviamente, per ragioni facilmente intuibili senza bisogno di ulteriori spiegazioni, l’attenzione mediatica è incentrata su Roma. La netta affermazione della Raggi va analizzata con attenzione. In questa tornata elettorale, La Destra si è spesa moltissimo. Mi sono speso moltissimo. Fin da gennaio, ho urlato ai quattro venti la necessità che si trovasse un candidato unitario. Attraverso le primarie, da tutti sempre invocate quando si è in posizione di rincorsa e con il vento in poppa e poi immediatamente accantonate quando occorre difendere rendite di posizione. Dopo due mesi di vana attesa, di continui richiami, di disponibilità massima, ho lanciato la mia candidatura quando Giorgia Meloni rinunciava ufficialmente alla propria per baloccarsi con nomi improbabili. Sapete che al momento di vedere i sondaggi che facevano segnare un’emorragia di consensi da Fratelli d’Italia a me, lei ha invertito la rotta ed è scesa in campo. Nonostante la quantità innumerevole di volte in cui le ho offerto sostegno, lei ha sdegnosamente e semplicemente ignorato il nostro movimento, in nome di un nuovismo idiota e becero. Che, infatti, si è tradotto in una buona affermazione dentro il Grande Raccordo Anulare e poi basta. Alla fine, in un panorama francamente desolante, ho ritirato la mia candidatura per convergere, insieme a Forza Italia, su Alfio Marchini. Un posizionamento che, palesemente, gli elettori non hanno gradito o non ho avuto – io come gli altri partner – la capacità di spiegare e far comprendere adeguatamente.
I cittadini erano probabilmente talmente stufi dei partiti che neppure la mia assoluzione in Appello nel processo contro Napolitano, giunta a poche ore dal voto e arrivata dopo aver rinunciato alla prescrizione, è servita per premiare chi in politica è riuscito, almeno, a dimostrare che non tutto è marcio, e che a destra c’è chi può vantare onestà; ma così è andata.

A Roma si è giocata una sfida di estrema rilevanza che si è conclusa con una più che netta affermazione dei grillini che, in questi giorni, sono già sotto tempesta per la conferma del timore – avanzato dai più – di incapacità a governare (anche se in realtà che cosa si puo’ pretendere dopo appena 15 giorni…). Verrebbe quasi voglia di lanciare l’hastag #lasciamolilavorare ma sarebbe un errore centrare un’analisi complessiva di questa tornata elettorale solo sulla Capitale.La Capitale, in questo sistema, assume un ruolo simbolo, iconico. Ma il Paese non finisce con il Grande Raccordo Anulare. Nelle cinque grandi città il centrodestra ha perso dappertutto e non solo a Roma.Tutti e tre gli schieramenti stanno palesando grandi problemi.Il centrosinistra è alle prese con una leadership, quella che Renzi ha guadagnato non attraverso il voto popolare ma grazie a una serie di astuzie e cavilli da retrobottega, sempre più appannata. La minoranza interna ogni giorno è più strepitante ma, fino ad oggi, si è limitata a far cagnara senza riuscire seriamente ad avanzare una proposta politica alternativa al Matteo fiorentino. Nemmeno i guai economico-giudiziari in cui alcuni esponenti del Governo si sono trovati coinvolti ha costituito un elemento di rinnovamento. Se esaminiamo, poi, con attenzione i dati elettorali delle amministrative di giugno, emerge una sconfitta piuttosto netta del Pd e degli uomini scelti. Fassino surclassato dalla Appendino. Giachetti doppiato dalla Raggi. Sala, vincitore, ma uomo certo non di sinistra. A Napoli, la conferma di De Magistris. A Roma, il Pd, porta a casa un misero 17%, di 30 punti lontano dai fasti di pochi anni fa. I 5Stelle sono alle prese con la bicicletta. E stanno dimostrando di non saperla guidare. Certo, si potrà obiettare che a Torino sono partiti benino. Vero. Ma Torino – con tutto il rispetto – non è Roma e non ne presenta gli stessi problemi. E veniamo al centrodestra. Se Atene piange, Sparta non ride. C’è davvero poco da ridere. Come dicevo poc’anzi, i due fronti del centrodestra hanno finito con l’elidersi fra di loro. Praticamente ovunque. E nessuno può reclamare neanche lontanamente la palma della vittoria.Non la Lega e nemmeno Fratelli d’Italia. E neanche Forza Italia. Le divisioni hanno solo favorito il movimento di Grillo, che meglio di altri, riesce a parlare e interpretare la pancia del Paese. Le colpe sono di Berlusconi, Salvini e Meloni.

Poniamoci, dunque, un duplice quesito politico. Da dove dobbiamo ripartire? E con quale obiettivo da raggiungere?
Il nodo è tutto qui. Non vi nascondo che il nostro movimento attraversa una fase delicata, soprattutto per quel che riguarda la situazione economica e l’esposizione debitoria. Ma ci sarà tempo per analizzare anche questo aspetto.
Io credo che si debba ripartire da alcune questioni.La prima: nonostante la frammentazione del voto, che con il sistema elettorale attuale ha penalizzato tutto il centrodestra inteso come macroarea politica, vi è mediamente un terzo del corpo elettorale che non si riconosce né nel grillismo né nel renzismo. Questo significa che una ritrovata unità può rilanciare la destra a livello nazionale. Ma per ritrovare unità, non basta limitarsi ad auspici e vaticini. Occorre compiere alcune scelte, forse dolorose, ma, se non altro, chiare e che riportano cristallinità nel nostro mondo.Innanzitutto, vi è un problema di selezione della classe dirigente che è una medaglia a due facce. La prima. Troppi personalismi, troppi veti legati a rancori che affondano spesso le radici in un lontano passato, troppo lunga permanenza sugli scranni delle istituzioni. Ma troppe volte assistiamo a giovani che mollano perché non trovano spazio e che, poi, magari, vanno verso i 5Stelle che offrono se non altro una parvenza di occasioni per crescere politicamente.Contemporaneamente manca il radicamento sul territorio, l’azione politica quotidiana, quella difficile e faticosa che include l’ascolto della gente, la conoscenza delle proprie città e dei loro problemi, o anche l’attacchinaggio notturno dei manifesti. E la preparazione anche teorica. Non ci sono quasi più sezioni, o circoli attivi.E stiamo finendo per delegare alla rete, ai click, ai “mi piace”, ai salottini-pollaio televisivi la scelta dei leader del futuro in cui non conta ciò che si dice ma come lo si dice, se si è più fotogenici o più bravi a urlare.
Cosa otteniamo? Leader di cartapesta, che durano lo spazio di un nero pubblicitario, totale assenza di programmi concreti e credibili, promesse sempre più roboanti e mirabolanti all’elettorato che, poi, puntualmente deluso, si allontana sempre più dalla politica che viene vista solo come un circo barnum ad uso e consumo dei politici stessi. E menti brillanti che emigrano, se non fisicamente, almeno metaforicamente dal mondo politico. E quelli che restano che passano dai click della rete a quelli delle manette dei carabinieri. Un sistema così è un sistema impallato, piegato su se stesso, che non produce nulla di buono.
Ecco, dunque, da dove ripartire: dobbiamo ritornare a fare politica sul territorio, a selezionare e far crescere una nuova classe dirigente, fare spazio ai giovani. E, si badi bene, per giovani non intendo solo parlare in termini meramente anagrafici. Intendo anche evidenziare che “nuovo” non è “nuovismo”, che nelle nostre fila, in quelle del centrodestra, ci sono delle potenzialità che, però, vanno fatte crescere. Non possiamo sentirci una morale sul nuovo da chi siede in Parlamento da un ventennio, dopo magari aver fatto il consigliere municipale, comunale, provinciale e regionale. L’obiettivo, come dicevo all’inizio, è quello di avviare un percorso che dopo lo svolgimento del congresso porti la nostra comunità a confluire in un nuovo soggetto di destra, inclusivo e plurale.   Una nuova destra che sia in grado di avere delle idee chiare sui temi principali che stanno animando il dibattito nel Paese. Sull’euro, sull’Europa, sulle banche, sul terrorismo. Ma anche sul terreno delle scelte sociali, sulle pensioni, sull’assetto istituzionale del Paese. E, per idee chiare, intendo non gli slogan buoni per qualche trasmissione televisiva, ma che abbiano una radice di pensiero organica.Già da sabato prossimo a Napoli, dove tra l’altro una lista civica sostenuta da noi, Azione nazionale ed altri, ha eletto un consigliere comunale superando il 3,5%, porremo le basi oltre che per arrivare al congresso costituente, anche per presentare il “Comitato referendario per il No alle riforme costituzionali”.L’intento è presentarci al Paese con una classe dirigente credibile, preparata, e un programma di governo che non sia una rimasticazione raffazzonata di qualche discorso da bar dello sport ma con una forte e robusta ossatura di pensiero.Insieme a tutto questo continueremo la nostra battaglia politica e culturale che quotidianamente portiamo avanti con il nostro Giornale d’Italia che va arricchendosi ogni giorno con le sue inchieste, le pagine di storia, la politica quotidiana scritta e commentata senza timori reverenziali perché non abbiamo padroni e il nostro editore non è qualche banchiere o grande imprenditore, il nostro editore è il lettore che ogni giorno apre, clicca, commenta, condivide, diffonde.
A tutto questo saremo chiamati nei prossimi mesi; altrimenti, i 5Stelle di oggi saranno solo l’anticamera.

Dobbiamo dunque prepararci alla lunga traversata per ricostruire una forza di destra nei contenuti e nei valori più che nella sigla. Non avrebbe altrimenti senso rincorrere alleanze che non offrono suggestioni ideali agli elettori. Questo centrodestra litiga sul leader di questa parte dell’opposizione, invece di ricompattare un’alleanza che potrebbe essere vincente. E lascia campo libero a Renzi e Grillo. Berlusconi se ne frega di Fitto, Salvini di Tosi e la Meloni di tutto quello che c’è a destra, ciascuno presidiando il proprio orto, ma magari disponibili a venire a patti persino con Angelino Alfano. Nella vastissima destra nazionale che non si riconosce ne’ in Fdi ne’ ancora in noi, c’è un ampio spazio da coprire, per un movimento plurale patriottico, cristiano, sociale. Che non deve preoccuparsi parlando di Nazione, povera gente o valori. L’obiettivo per noi rischia di essere quello di giocarsi la partita per il governo del Paese nel 2023: se si continua così, le prossime elezioni saranno segnate dallo scontro Pd-M5S e dal centrodestra che si combatterà per la terza posizione. Noi non vogliamo avere nulla a che fare con clientelismo, familismo, bande e parolai. La nostra alterità l’abbiamo dimostrata persino nelle aule di giustizia. Sapremo selezionare il meglio che verrà e lo porteremo in dote alla Patria.Sabato prossimo manifesteremo con gli amici di Azione Nazionale a Napoli, in autunno terremo il nostro congresso nazionale che indiciamo con l’approvazione della mia relazione dando delega alla segreteria generale che eleggeremo al termine di fissare la data, la località, le modalità di svolgimento con il relativo regolamento che pubblicheremo con il giornale d’Italia appena sarà elaborato.Alla fine del percorso, secondo la mia proposta al congresso, ci sarà la confluenza de La Destra in un nuovo soggetto politico; se la maggioranza non sarà d’accordo, ci sarà democraticamente un nuovo leader alla sua guida. Ma credo di avere il dovere di lasciare spazio a facce nuove. Sosterrò il progetto politico che ritengo più utile al paese senza l’ossessione del ritorno in Parlamento: serviremo l’Italia anche raccontando ogni giorno una storia nuova. Bella e appassionata. Come abbiamo fatto in questi nove e comunque fantastici anni appena trascorsi.

C’è bisogno della rappresentanza di una forza che sappia essere interprete del bisogno di sovranità; che non costruisci se sei subalterno alla lega di Salvini. Il quale avrebbe potuto rappresentare una speranza se si fosse liberato dei dogmi secessionisti e antinazionali che invece albergano ancora in vaste fasce del suo movimento politico.C’è necessità di una forza politica che sappia parlare con coerenza a quel vasto mondo cattolico che da troppi anni e’ rappresentato da chi fa strage di potere per le solite clientele senza costruire nulla che almeno mantenga saldi i valori non negoziabili, a partire dalla famiglia. Pensano solo alle loro e non a quelle degli italiani.C’è bisogno di un movimento che sappia dare voce agli esclusi dalla società, a milioni di italiani sempre più poveri ai quali l’Europa delle burocrazie e delle banche ci costringe a rispondere a sportellate in faccia nel nome del risparmio sulle politiche sociali.Se tutto questo possa trovare ospitalità e protagonismo in un centrodestra rinnovato non lo sappiamo certo alla partenza del progetto. Intanto, cominciamo a ri-parlarne a destra. Magari, alla fine del tunnel, se ne convincerà anche qualche riottoso di oggi, che non comprende che conviene a tutti una destra forte e unita. E soprattutto all’Italia.Noi comunque ci proveremo, persino liberi dall’assillo delle candidature a tutti i costi.

Francesco Storace

Annunci

From → Uncategorized

Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: