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E ADESSO, REXIT E EXIT !!!!

giugno 26, 2016

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da  IL  GIORNALE.IT

“Italexit? Si può già fare C’è il precedente del 1989”

Il giurista: “Nel 1989 si varò una legge costituzionale per rafforzare l’Ue. Con lo stesso mezzo possiamo uscirne”

Il costituzionalista Beniamino Caravita di Toritto, ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico alla facoltà di Scienze politiche dell’Università della Sapienza di Roma, è stato uno dei «saggi» chiamati dal governo Letta a riformare la Carta.

 

Professore, secondo la nostra Costituzione sarebbe possibile anche da noi un referendum sulla permanenza in Europa come quello della Gran Bretagna?

«La nostra Carta costituzionale non prevede un referendum consultivo come quello che si è tenuto in Gran Bretagna, ma solo quello di tipo abrogativo. E, all’articolo 75, dice espressamente che tra le materie escluse dalla consultazione popolare di questo tipo c’è quella dei trattati internazionali».

Quindi bisognerebbe modificare la Costituzione?

«Non necessariamente il testo della Costituzione. Ci sono alcuni elementi da tener presenti. Il primo è che certamente non è possibile introdurre un referendum consultivo con legge ordinaria. Il secondo è che nel 1989 c’è già stato un referendum consultivo proprio sull’Europa, perché i cittadini si pronunciassero sulla trasformazione della Comunità europea in vera e propria Unione, quindi su un aumento della coesione politica in Europa. Per introdurlo fu approvata in parlamento una specifica legge Costituzionale (ai tempi molto discussa), la numero 2 del 1989; il referendum fu svolto nel giugno di quell’anno e 29 milioni di italiani si espressero a favore di un aumento dei poteri dell’Europa, mentre solo 4 milioni furono contrari e 6 milioni le schede bianche e nulle».

Con la riforma Boschi non cambia nulla?

«La riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum a ottobre rinvia ugualmente ad una legge costituzionale per introdurre referendum consultivi. Dunque la strada sarebbe sempre quella di una legge costituzionale».

Se il referendum di ottobre vedrà vincere il «Si» ci sarà bisogno di una legge costituzionale. Ma cambierà qualcosa nell’iter con il nuovo Senato?

«Anche con le modifiche introdotte dalla riforma Boschi al Senato, l’iter delle leggi costituzionali rimane quello delle due approvazioni da parte di entrambe le Camere a distanza di tre mesi. Vuol dire che anche se si partisse subito servirebbero non meno di 6 o 7 mesi per arrivare all’approvazione».

Eppure, l’effetto domino che si fa sentire nei diversi Paesi europei contagia anche il nostro. Il leader della Lega Salvini già parla di raccogliere le firme per una proposta di legge a iniziativa popolare, anche Fratelli d’Italia e il Movimento 5 Stelle, pur con voci diverse, sembrano premere per quella che già chiamano «Italexit».

«Non credo che tenere un referendum sull’Europa, introdotto con una legge costituzionale, secondo il precedente ricordato sopra e operando nel rispetto degli articoli 71 e 138, violi i principi costituzionali. Non si potrebbe dire, ad esempio, che un simile referendum violi l’articolo 11 della Costituzione, che consente la limitazione della sovranità nazionale, visto che lo stesso articolo 50 del Trattato di Lisbona prevede che uno stato membro può recedere dall’Unione. Cosicché il referendum che si è tenuto nel 1989, sulla base di una legge costituzionale, per rafforzare l’Unione, potrebbe essere introdotto oggi, con le stesse modalità, per uscirne. Che poi ciò sia auspicabile, è tutt’altro discorso».


Così l’asse tra Francia e Germania può tagliare fuori Palazzo Chigi

Immigrati e crescita, Renzi prova ad aver voce in capitolo

 

Il «motore» è ancora quello franco-tedesco. Il piano di rilancio dell’Europa dopo lo choc del referendum britannico ancora non è noto nei dettagli, ma si sa che porterà il timbro di Berlino e Parigi.

Matteo Renzi e François Hollande in conferenza stampa a Parigi

A quanto pare, però, l’Italia, perennemente esclusa dalla stanza dei bottoni, con la Brexit sta guadagnato un posto nel nucleo centrale di quella che potrebbe essere l’Europa futura.

Ieri il premier Matteo Renzi è andato a Parigi per il primo di una lunga serie di incontri. Una cena informale Francois Hollande, per preparare il vertice di Berlino che si terrà domani, con Angela Merkel, lo stesso presidente della Repubblica francese e il presidente del consiglio europeo Donald Tusk.

Sulla riunione di lunedì le aspettative sono altissime, ma c’è il rischio le riposte che i tre capi di governo daranno siano giudicate insufficienti dagli europei e anche dai mercati, in attesa di segnali rassicuranti, spaventati dalla prospettiva di una Unione europea senza Londra e, quello che è peggio, do un periodo di transizione lungo e travagliato.

Le questioni aperte per il post Brexit sono immigrazione, crescita e banche. Su tutte i tre partner europei hanno posizioni diverse. L’Italia preme per la vigilanza bancaria unica e la condivisione dei rischi, ma la Germania è contraria. Sull’immigrazione l’Italia ha preso l’iniziativa con il «migration compact», che è stato adottato dalla Commissione europea. Ma restano da sciogliere le questioni più importanti, ad esempio come attuale il piano di redistribuzione dei migranti. E, soprattutto, come rendere efficace un sistema di controllo alle frontiere esterne dell’Europa. Una delle questioni che hanno fatto vincere il Brexit. Hollande e Renzi sono in sintonia sulla crescita, ma non sulle frontiere interne che Parigi ha di fatto ripristinato.

Oltre alle decisioni concrete c’è da capire se e come si deciderà di riformare i trattati europei, come stanno chiedendo in molti. E l’idea ormai consolidata è quella di creare un’Europa a diversi gradi di integrazione. Non una unione «annacquata», come teme Renzi, ma a più velocità, con un nucleo che avrà politiche e istituzioni più integrate. Una riforma importante, sulla quale Roma cerca di avere voce in capitolo.

Ad accreditare l’idea che l’Italia faccia parte del gruppo ristretto di paesi che decidono, è stata la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Il quotidiano ieri ha parlato di un «direttorio», chiaramente a guida tedesca, con gli altri due maggiori paesi fondatori: la Francia e l’Italia, che prenderà il posto della Gran Bretagna. Per la Faz è il segno che il baricentro dell’Europa si sposta verso sud, soprattutto per fronteggiare la sfida dell’immigrazione. Ma è possibile che Merkel voglia evitare il rafforzarsi di un altro asse, quello tra i paesi mediterranei per rendere meno rigorosa la politica economica dell’Unione. O che, e questo il quotidiano tedesco lo accenna, usi l’Italia per bilanciare in qualche modo la Francia.

Strategie di lungo termine. Prima c’è da decidere come fare uscire il Regno unito dall’Unione. Su questo Francia e Germania la pensano nello stesso modo e vogliono frenare gli eccessi anti-Londra della Commissione. Ieri Hollande ha detto che la Brexit pone «un grande punto interrogativo per tutto il Pianeta», ma «dobbiamo ora organizzare questa separazione nel modo migliore e con le regole previste dai trattati».

Tutti temi sui quali dovrebbero arrivare delle risposte al vertice di domani e poi al consiglio europeo di martedì, al quale parteciperà anche Cameron.


George Soros: “La disgregazione dell’Ue è irreversibile”

Il finanziere e filantropo George Soros ritiene che il voto britannico sulla Brexit rende “la disgregazione dell’Unione europea praticamente irreversibile”

Il finanziere e filantropo George Soros ritiene che il voto britannico sulla Brexit rende “la disgregazione dell’Unione europea praticamente irreversibile”.

Soros che aveva avvertito del tracollo finanziario se il Regno Unito fosse uscito dall’Ue, ha ribadito che gli effetti del voto danneggeranno anche il Regno Unito stesso. “Il Regno Unito alla fine può o non può essere relativamente migliore rispetto ad altri Paese, ma la sua economia e la gente soffriranno in modo significativo nel medio termine”, ha scritto in un commento sul sito Project Syndicate, in cui in cui sottolinea che “la sterlina è precipitata al suo valore più basso da oltre tre decenni, immediatamente dopo il voto, e i mercati finanziari in tutto il mondo probabilmente rimarranno instabili finche’ viene negoziato il lungo e complicato processo per il divorzio politico ed economico”.

“Ora lo scenario catastrofico che molti temevano si è materializzato, rendendo la disintegrazione dell’Ue praticamente irreversibile”, ha scritto Soros. “I mercati finanziari di tutto il mondo rischiano di rimanere in fibrillazione durante il processo lungo e complicato del divorzio politico ed economico da parte dell’Ue”. Ma non dobbiamo arrenderci”, esorta infine, sostenendo che “dopo la Brexit tutti quelli di noi che credono nei valori e principi per cui la Ue è stata creata, si devono unire per salvarla, ricostruendola a fondo. Sono convinto che quando le conseguenze della Brexit si svilupperanno nelle settimane e nei mesi a venire, sempre piu’ persone si uniranno a noi”.

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