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E ORA APPUNTAMENTO A OTTOBRE……. PER IL COLPO DI GRAZIA !!!!

giugno 20, 2016

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da  IL  GIORNALE.IT

 

Gli italiani disillusi scelgono il Partito dell’anti-nazione

Batosta per il Pd di Renzi, già spazzato via da Napoli, che crolla a Roma ed è scavalcato in rimonta a Torino

Una sconfitta declassata a fatto con una valore esclusivamente locale. Sulla quale, a livello nazionale, nessuno metterà la firma.

Non lo farà il premier Matteo Renzi, che ha preso le distanze dai candidati del suo partito già da un po’ e ieri ha parlato, attraverso un comunicato ufficiale del Pd, di «sconfitta senza attenuanti a Torino a Roma» e di «una vittoria chiara e forte a Milano e Bologna contro i candidati delle Destre».

Eppure è difficile immaginare un’altra lettura rispetto a quella che vede il governo nazionale in difficoltà, insieme a un’idea di partito della nazione molto renziana. Quella che considera il voto moderato una riserva da attivare a comando. Vince, al contrario, il Movimento 5 stelle, che recepisce i malumori degli elettori a livello nazionale e locale. Vince il partito contro, con margini di vantaggio inimmaginabili, che, non a caso, non ci sono stati a Milano. Nel capoluogo lombardo la sfida era quella classica tra due candidati moderati, uno di centrodestra e uno di centrosinistra e il risultato è stato di sostanziale equilibrio. Ieri sera è emerso chiaramente fin dagli exit pool che al secondo turno nessuno è andato in soccorso dei principali candidati del Partito democratico. Dal Pd già ieri sera arrivavano spiegazioni della vittoria del M5S grazie ai voti dei partiti del centrodestra. Ma non è andata così.

Roberto Giachetti in serata era inchiodato a una forchetta tra il 31 e il 35%, meno dei voti che la sua coalizione ha preso al primo turno. La Raggi contemporaneamente volava sopra il 67%. Affluenza bassa. Come dire, non è stato il voto degli altri candidati che è confluito sul M5S. Semmai sono gli elettori grillini che si sono mostrati più disciplinati. Risultato sorprendente, visti gli sforzi messi in campo dal Pd Romano per i due turni delle comunali romane.

Gli elettori di Roma hanno respinto in blocco la candidatura di Roberto Giachetti. L’ibrido tra una faccia tutto sommato nuova o comunque legata alle stagioni migliori della sinistra capitolina e il vecchio partito romano, non ha convinto. Pesa lo scandalo di mafia capitale, ma ha pesato a favore di Virginia Raggi una campagna elettorale dai toni rassicuranti per le lobby della capitale (dagli autisti dell’Atac che scioperano durante la partita alle ditte che fanno manutenzione delle strade).

La sconfitta di Piero Fassino è stata la grande sorpresa emersa fin da subito. Il Partito democratico della città simbolo della grande industria e cassaforte dei voti del vecchio Pci non è riuscito a portare alle urne nemmeno i suoi elettori.

Dato che accomuna Roma e Torino è che il Movimento cinque stelle ha dimostrato che la mobilitazione via Web, fatta con Internet e strumenti tecnologici, ormai batte quella «sul territorio». Sia Roma sia Torino sono realtà dove il Pd può contare su una presenza organizzata, che non è bastata.

Fa storia a se Napoli, dove la vittoria di De Magistris era data per certa già da qualche giorno. Una valenza in questo caso locale. Unica possibile lettura nazionale, è che il candidato di sinistra più lontano dal premier ha vinto senza problemi.

Unica notizia buona per Renzi, quella della vittoria di Sala a Milano, non a caso sottolineata nel comunicato finale. Facile a questo punto per il premier spiegare il flop di Torno, come responsabilità di Piero Fassino, esponente della vecchia «ditta» da rottamare. E quella di Giachetti, come una sconfitta personale dell’esponente Pd.


Amministrative, ecco le altre ‘roccaforti rosse’ crollate

Nelle Regioni rosse netto flop del Pd, soprattutto in Emilia e nella Toscana di Renzi e della Boschi

Non c’è solo Torino. In questo turno di ballottaggio a cadere, per mano dei Cinquestelle e della Lega, ci sono altre storiche roccaforti del Pd, soprattutto in Emilia Romagna e Toscana.

Le affermazioni della Lega Nord nelle Regioni rosse

In Emilia la sinistra perde Cattolica per la prima volta dal secondo dopoguerra. Mariano Gennari del Movimento Cinquestelle ha, infatti, ottenuto il 56,3% dei voti contro il 43,7% dell’avversario di centro sinistra Sergio Gambini. La Lega Nord ha, invece, espugnato due comuni modenesi: Finale Emilia e Pavullo. Il primo comune nel 2012 è stato colpito dal sisma e da lì in poi ci sono state varie polemiche per presunte infiltrazioni mafiose che sembrano aver riguardato la fase della ricostruzione. Qui Sandro Palazzi, candidato del centrodestra ha vinto col 62,7%, mentre la sfidante di centrodestra si è fermata a 37,3%. A Pavullo ad affermarsi nettamente sul candidato del centrosinistra Stefano Iseppi è stato il leghista Luciano Biolchini col 61%. Nella ‘rossa Toscana’ di Matteo Renzi e del governatore Enrico Rossi cadono per la prima volta Montevarchi e Cascina. Qui, la candidata della Lega Nord, Susanna Ceccardi, studentessa di 29 anni, vince il ballottaggio per 101 voti battendo il sindaco uscente Alessio Antonelli, che si ferma al 49,7%. Matteo Salvini ha fatto sapere che parteciperà personalmente ai festeggiamenti per la vittoria. Decisamente più netta, invece, la vittoria di un’altra donna, Silvia Chiassai, candidata del centrodestra, che conquista Montevarchi battendo col 60% lo sfidante Paolo Antonio Ricci, fermo al 40%.

Le altre vittorie dei grillini

Nel Lazio a far clamore è la sconfitta a Genzano, chiamata la ‘piccola Mosca’, e dove vince il pentastellato Daniele Lorenzon col 59,6% sul sindaco uscente Flavio Gabbarini. Anche la Sardegna vede i grillini espugnare una roccaforte storica della sinistra sarda come Carbonia per via della vittoria di Paola Massidda che raccoglie il 61,6% dei voti contro il 38,4% del sindaco uscente Giuseppe Casti.


Una rivincita coi baffi: alla fine è D’Alema che rottama Renzi

Dopo battibecchi e tensioni il grande vecchio si gode la sconfitta del premier nella sua città

Q uando si dice nemesi. La vendetta della storia sforna il piatto più succulento che potesse attendersi: il Rottamatore rottamato dal Principe dei rottamati.

Renzi battuto sonoramente nella città dove il suo predecessore Massimo D’Alema era stato, prima della calata del barbaro, Ottavo re.

Se per il Pd quella della Capitale è stata una caduta nel vuoto, più che la sconfitta preventivata da mesi, per Matteo Renzi l’umiliazione subita a opera dei Cinque Stelle rischia di essere un inizio di una catastrofe che investirà in pieno anche la campagna d’ottobre sul referendum. Sono le proporzioni della disfatta pidina contro i Cinque Stelle a impensierire, e il concretizzarsi dell’alleanza anti-Renzi tra elettori di centrodestra e grillini. Il «marchio», quello di Renzi, non solo non tira più come una volta, ma sembra essere diventato penalizzante. A poco valgono, in tal senso, le assunzioni di responsabilità nella sconfitta da parte di Giachetti e Fassino. Se la caduta di Torino è stata un’amarissima sorpresa, a Roma il miracolo era già stato quello di ritrovarsi al ballottaggio grazie alle divisioni del centrodestra. Non a caso lo stesso D’Alema, dopo la pubblicazione degli articoli che lo descrivevano intento a complottare contro Giachetti, aveva reagito insistendo soprattutto su questo, ormai diventato una specie di segreto di Pulcinella: «Cercano il capro espiatorio della sconfitta». Lui, l’ex leader inviso a Renzi, aveva comunque vissuto questo «gioco al massacro» come l’ultimo degli schiaffi subiti. Così ieri, andando a votare nel seggio del quartiere Prati, l’ex leader appariva ancora contrariato: «Ho votato come sempre nella mia vita, secondo le indicazioni del mio partito», garantiva con puntiglio, spiegando ancora una volta come la polemica nata da indiscrezioni di Repubblica fosse stata «una montatura costruita un po’ dal giornale e un po’ da qualcuno all’interno del mio partito». Quel qualcuno è naturalmente il segretario, non a caso sparito dalla circolazione nella tumultuosa vigilia del voto.

Se ora si apre un periodo tremendo per il Pd romano, cui le cure del commissario Orfini sembrano aver fatto più male che bene, i riflessi della sconfitta investono direttamente la gestione al Nazareno e Palazzo Chigi. Nella sua nota ufficiale, dando appuntamento per la Direzione del 24 giugno, il Pd ammette le «sconfitte nette e senza attenuanti a Torino e Roma» e quelle «dure» di Novara e Trieste, ma cerca conforto dalle vittorie «chiare e forti» di Milano e Bologna. Il quadro nazionale, si dice, «è invece molto articolato». È chiaro che ora si dovrà correre ai ripari, reagire al ringalluzzirsi della minoranza interna. Occorre cambiare strategia, a partire da quella personalizzazione del referendum che può diventare addirittura la fine di tutto, con il ritiro dalla scena pubblica dell’ex sindaco di Firenze. Ci aspetta una lunga partita di poker: dopo i bluff, chissà se Matteo serba pure il quinto asso nella manica.


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13432222_278617325823393_5587282682866132927_n  Rebus di facilissima soluzione

 

 

 

 

 

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