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GLI AMICI DEL GOVERNO……..!!!!

15 maggio 2016

da  LIBEROQUOTIDIANO.IT       15 Maggio 2016

 

L’inchiesta di Libero

Crac Etruria, spuntano Ferrari e case di lusso. Che fine hanno fatto i soldi dei truffati

Franco Bechis:

Alla faccia dell’ inferno a cui sono stati condannati i correntisti, sembra che decine di milioni della Banca popolare dell’ Etruria e del Lazio siano finiti in un paradiso. Fiscale. E più precisamente nelle Isole vergini britanniche. È questa una delle clamorose conclusioni contenute nelle informative consegnate dalla Guardia di finanza agli inquirenti della procura di Civitavecchia che indagano sulla presunta bancarotta della Privilege yard spa e del suo cantiere di yacht di lusso mai realizzati.

Milioni ai Caraibi – Le investigazioni si stanno concentrando su come si siano volatilizzanti cento milioni di euro delle banche finanziatrici del progetto, un pool di istituti di credito capitanato dalla Popolare aretina. Ebbene appena quei denari vennero erogati, dall’ Italia partì un bonifico da 46,35 milioni diretto alla Privilege yard inc. che secondo gli investigatori dovrebbe avere base nei Caraibi. La causale era il progetto del megayacht lungo 127 metri oggi abbandonato e arrugginito nel porto di Civitavecchia. Altri 5,2 milioni finirono a uno dei presunti committenti, la Privilege fleet management co. spa. Sulla carta gli armatori dello yacht e i progettisti erano società non collegate alla Privilege yard spa, ma gli uomini del Nucleo di Polizia tributaria di Roma coordinati dal colonnello Cosimo Di Gesù stanno svelando una verità ben diversa: dietro alle diverse società committenti, una delle quali costituita sul’ Isola di Man, e a quella caraibica firmataria del progetto ci sarebbe lo stesso burattinaio. Si tratta di Mario La Via, l’ ex amministratore delegato della fallita Privilege yard spa, passata di mano molte volte in quasi dieci anni di vita e dal 2012 sotto il controllo della londinese Shipping investiments limited. Sarebbe lui il dominus di un intricato reticolo di scatole cinesi che porterebbe all’ Ultrapolis 3000 investment limited, società con base operativa a Singapore e ufficialmente primo armatore del panfilo. Nelle carte dell’ indagine spuntano anche ricchi conti correnti svizzeri, fondi lussemburghesi, teste di legno maltesi. Per esempio nell’ ultimo disperato tentativo di evitare il fallimento La Via ha rivelato l’ esistenza di un tesoretto da circa 85 milioni di euro collocato in un trust irlandese e ha annunciato l’ ingresso di un nuovo presunto finanziatore, un fondo lussemburghese, e l’ emissione di titoli da far gestire sul mercato a una società di investimento maltese. Niente di tutto questo è accaduto e la Privilege, nel giugno del 2015, è fallita.

Banche truffate – Nei giorni scorsi il tribunale ha messo all’ asta nave, cantiere e impianto fotovoltaico al prezzo di saldo di 95 milioni, anche se le offerte potranno scendere del 30 per cento, sino a 66,5 milioni. Un modesto importo se confrontato con il buco di 215 milioni lasciato dalla Privilege. Tra i creditori che si sono insinuati nel fallimento ci sono anche le banche che hanno chiesto indietro ben 145,6 milioni.

Tra crediti privilegiati, ipotecari e chirografari sei istituti si sono presentati a batter cassa: Etruria ha chiesto al curatore fallimentare, l’ avvocato Daniela De Rosa, la restituzione di 32 milioni tra finanziamenti e fidi sui conti correnti (circa 10 milioni), Banca popolare di Milano reclama addirittura di 34,8 milioni, Monte dei Paschi di Siena 27,6 milioni, Unicredit e Intesa San Paolo 18,1 milioni a testa, e, infine, Banca delle Marche “solo” 15. Nell’ arco di tre anni le banche hanno assicurato alla Privilege yard molti finanziamenti. Per esempio nel 2009 Etruria e Banco di Sardegna accordarono 20 milioni per realizzare il cantiere navale. Nel 2010 sempre la Popolare aretina anticipò 4 milioni per l’ arredamento della barca e insieme a Banca Marche sganciò altri 6 milioni per la realizzazione dell’ impianto fotovoltaico. A realizzare i pannelli fu una società, la High facing, di proprietà dell’ ex vicepresidente dell’ Etruria Natalino Guerrini. Anche su questa operazione sono in corso approfondimenti investigativi. Nel 2011 Mps capital services e Bpm versarono altri 20 milioni e nel febbraio dello stesso anno la Popolare dell’ Etruria, capofila del pool, Unicredit, Intesa, Mps capital service e Bpm stipularono il contratto di finanziamento più cospicuo, quello da 100 milioni di euro di cui abbiamo già parlato. Dove siano finita gran parte di quel denaro lo conferma una fonte a Libero: «Appena arrivarono i fondi dalle banche uno degli amministratori fece partire un bonifico da 46 milioni da un computer portatile. Ufficialmente serviva a pagare il progetto, ma noi sapevamo benissimo che i disegni, a cui stavamo lavorando, erano in gran parte realizzati nel grande studio ospitato nella villa di La Via. Eravamo tutti al corrente che dietro alle ditte estere destinatarie dei bonifici ci fosse il nostro capo». Con i soldi della Privilege sono stati acquistati anche una Ferrari coupè del valore di 320 mila euro e una Maserati usata.
Nel gennaio del 2013 la Privilege ha chiesto altri 90 milioni a Etruria & c., ma nel maggio dell’ anno successivo la banca ha inviato una lettera con cui bocciava la richiesta.

L’uomo dei misteri – Ma come è stato possibile che questi istituti abbiano così generosamente finanziato un piano così aleatorio? Dalle carte in possesso di Libero sembra che come garanzia La Via offrisse una lettera della Barclays bank che prometteva sì l’ investimento di 180 milioni, però «solo alla consegna dell’ imbarcazione». Una promessa da marinaio, facilmente smascherabile, visto che già dal 2007 alcuni giornali ed esperti di nautcia avevano messo in dubbio la realizzabilità del progetto e la credibilità dei suoi attori. Eppure le banche si sono accontentate di quella impegnativa, anche se il cantiere era separato dal mare dai binari della ferrovia ed era praticamente impensabile che uno scafo di quelle dimensioni potesse essere condotto in acqua senza un bacino di carenaggio. Per gli inquirenti civitavecchiesi la mente di questo disegno criminale sarebbe il settantacinquenne romano La Via, misterioso imprenditore residente in una magione hollywoodiana realizzata tra i campi e i boschetti di Roma nord, già distrutta dalle fiamme nel 2007. La sua storia è iniziata al fianco di quello che la rivista di giornalismo investigativo Vice definì il più grande trafficante d’ armi del pianeta, il saudita Adnan Khasshoggi. Insieme allestirono il leggendario panfilo Nabila, poi le loro strade si divisero e La Via ha intrapreso, con scarsi risultati, nuovi business: dagli studios cinematografici singaporiani con Vittorio Cecchi Gori ai parchi a tema, un’ altra fallimentare impresa della Ultrapolis e dei suoi esotici soci e amministratori, dal sultano del Brunei all’ ex segretario dell’ Onu Perez de Cuellar. Infine il sogno degli yacht più lussuosi del mondo. Un progetto benedetto persino dall’ ex segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, destinatario di donazioni per centinaia di migliaia di euro su cui la procura di Civitavecchia sta facendo approfondite indagini.

Politici sotto esame – Nell’ ambito dell’ inchiesta il pm Lorenzo Del Giudice ha ordinato la perquisizione di numerose società: tra queste l’ immobiliare che ha in pancia la villa di La Via, controllata interamente da una società anonima del Liechtenstein. I finanzieri hanno bussato anche alla porta della società di consulenza Economia reale sas di Mario Baldassari & c. che ha emesso fatture per un valore di circa 680 mila euro. Baldassarri, che con il curatore ha lamentato 100 mila euro di crediti, è stato viceministro all’ Economia nel governo Berlusconi.

Tra gli indagati eccellenti dell’ inchiesta c’ è l’ ex ministro dell’ Interno Vincenzo Scotti, già presidente della Privilege fleet e presidente onorario della Privilege yard spa (carica che però giura di non aver mai accettato). Sino all’ ultimo sono rimasti al comando della Privilege e per questo risultano sotto inchiesta anche il generale in pensione della Guardia di finanza Giovanni Verdicchio, l’ avvocato Giulio Simeone e i due figli gemelli di La Via, i ventiseienni Maria e Gugliemo. Sotto indagine pure il braccio destro di La Via, il maestro venerabile della loggia Macbride di Singapore Rinaldo Romani.

Giacomo Amadori


da   IL  FATTO  QUOTIDIANO

 

Banca Etruria, parla Di Pietro: “Conflitto d’interessi di tutto il governo, evidenti responsabilità di Bankitalia e Consob”

di | 18 dicembre 2015

Banca Etruria, parla Di Pietro: “Conflitto d’interessi di tutto il governo, evidenti responsabilità di Bankitalia e Consob”

Governo
L’ex pm ed ex leader dell’Italia dei valori duro con il premier e i suoi ministri: “Il problema non è solo la Boschi, che rischia di passare per vittima quando invece non lo è”. Ma anche contro i due organismi di controllo. A cominciare da via Nazionale: “È innegabile che ci sia stata un’omissione di atti d’ufficio”. Poi un consiglio ai magistrati: “Devono evitare che le prove vengano inquinate. In casi come questo gli inquirenti trovano quello che vogliono fargli trovare”

Il conflitto di interessi? “Se c’è riguarda tutti, non solo una singola ministra”. Addirittura “è l’intero governo che va sfiduciato”. Il ruolo di Banca d’Italia e Consob nel crac di Banca Etruria? “Non c’è dubbio che vi sia stata da parte loro un’omissione di atti d’ufficio”. Antonio Di Pietro, ex componente del pool di Mani Pulite ed ex leader dell’Italia dei valori (Idv), due volte ministro, commenta così la vicenda che ha visto migliaia di clienti dell’istituto che annoverava fra i propri vertici anche il padre della ministra per le Riforme, Maria Elena Boschi, perdere milioni di euro di risparmi investiti in obbligazioni subordinate. “Mi auguro che nelle sue indagini la magistratura non abbia tentennamenti di alcun tipo – aggiunge l’ex pubblico ministero contattato da ilfattoquotidiano.it –. Va evitato qualsiasi pericolo di inquinamento delle prove. Io al tempo intervenivo ad horas, bloccando tutto ciò che poteva alterarle. Comprese le persone”. Cioè, anche con gli arresti.

Clienti truffati, vertici della banca coinvolti, omessi controlli da parte di chi doveva vigilare: Di Pietro, ce n’è quanto basta per scrivere l’ennesima brutta pagina di storia italiana. 

È così. Questa situazione deriva dal fatto che nel nostro Paese il sistema dei controlli, con particolare riferimento a quelli sulle banche, fa acqua sia sul piano normativo sia effettivo. Tutti i soggetti coinvolti, a cominciare da Banca d’Italia e Consob, hanno fatto scaricabarile. Unito a ciò, mancano delle leggi precise per verificare che chi è addetto al controllo svolga bene il suo dovere. E quali sono le sanzioni in caso di violazioni. Non si può certo dire che situazioni come queste siano nuove agli occhi dell’opinione pubblica. Ma si è sempre rinviato il problema sine die.

A proposito di Bankitalia e Consob: il Fatto Quotidiano ha reso pubblica la lettera con cui due anni fa il governatore Ignazio Visco avvisò i manager di Banca Etruria del “degrado irreversibile” dell’istituto. Missiva rimasta però segreta. Un fatto grave, o no?

Penso che ci sia la necessità di un forte intervento della magistratura per ‘cristallizzare’ le prove documentali che si trovano nei vari uffici. Quante altre lettere come quella resa nota dal Fatto, utili alle indagini, ci sono? I magistrati le hanno in mano? Me lo auguro. In questi casi, a volte, gli inquirenti trovano quello che vogliono fargli trovare. Io al tempo intervenivo ad horas, bloccando tutto ciò che poteva inquinare le prove. Comprese le persone. Ricordo ancora le critiche…

Secondo lei, oltre a questi due organismi, chi altri ha responsabilità sulla vicenda?

Ci sono vari soggetti coinvolti e numerosi livelli di responsabilità. È però indubbia quella politica dell’intero governo.

Sta dicendo che le possibili dimissioni della ministra Maria Elena Boschi, o una sua eventuale sfiducia in Parlamento, non risolverebbero il problema?

Certe decisioni sono state assunte dall’esecutivo nella sua interezza: è l’intero organo collegiale che casomai va sfiduciato. Se c’è, il conflitto di interessi riguarda tutti, non solo una singola ministra. La quale rischia di passare per vittima quando invece non lo è. Personalmente, trovo positivo il fatto che si parli di una mozione di sfiducia: così si discute pubblicamente di un problema sperando che si arrivi all’approvazione di un provvedimento che eviti altri casi simili.

Su Banca Etruria sono già stati avviati tre filoni d’inchiesta. Compresa un’indagine sul conflitto di interessi originato dalla relazione della Banca d’Italia sul commissariamento dell’istituto nel febbraio 2015. Come valuta l’operato della magistratura?

In questo momento, la magistratura fa bene a indagare senza mettere le mani avanti incriminando una persona invece di un’altra, con il rischio, come ho già detto in precedenza, di far passare per vittima chi invece non lo è. Mi auguro che sul piano penale vengano differenziati i comportamenti. Ma non ci devono essere tentennamenti di alcun tipo.

Ma se fosse lei il pubblico ministero a capo dell’inchiesta agirebbe, o si sarebbe già mosso, diversamente?

Avrei già proceduto fermando lo status quo.

In che senso?

Come ho già detto in precedenza, sarei andato a prendere le carte in modo da far rimanere illibate le prove, evitando così qualsiasi possibilità di un loro inquinamento. L’unico pericolo reale, al momento, è proprio questo. E non si può limitare con provvedimenti cautelari personali ma reali.

Sempre il Fatto ha reso noto come il procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, che sta indagando proprio su Banca Etruria, sia contemporaneamente consulente di Palazzo Chigi, nominato a febbraio 2015 dal governo Renzi. Siamo alle solite: chi controlla il controllore?  

Credo che sia lo stesso Rossi ad aver capito di avere contemporaneamente il piede in due scarpe. Bene farebbe a lasciare l’incarico ad un altro collega. Succederà? Non lo so. Certamente, a questo punto, la palla passa nelle mani del procuratore generale: è lui che dovrà valutare il da farsi.

Nel frattempo, proprio su Rossi, il Consiglio superiore della magistratura (Csm) ha aperto un fascicolo accogliendo la richiesta presentata dal membro laico Pierantonio Zanettin (Forza Italia). Si prefigura un’ipotesi di conflitto di interessi?

Sul piano tecnico, nel caso specifico, non ci sono profili di questo tipo: infatti Palazzo Chigi non risulta fra i soggetti oggetto di indagine. C’è però un problema di opportunità. Trovo sia interesse di entrambe le parti quello di far svolgere le indagini a persone che non hanno rapporti di alcun tipo. Serve una maggiore tranquillità per arrivare ad una decisione indipendente e inattaccabile.

A suo avviso bisognerebbe indagare anche i vertici di Bankitalia e Consob? Hanno chiare responsabilità su quanto è accaduto?

Non so quali specifici soggetti abbiano delle effettive responsabilità, ma non c’è dubbio che vi sia stata un’omissione di atti d’ufficio. Bankitalia è arrivata fino al punto di accertare il fatto, poi non ha agito sostenendo di non avere potere normativi sufficienti. Non credo che sia così: non ho mai visto un medico diagnosticare una grave malattia e poi lasciare morire il paziente.

Torniamo alla Boschi. Renzi la difende a spada tratta: sembra di rivedere i berlusconiani che negavano qualsiasi tipo di conflitto d’interessi per l’uomo di Arcore…

In verità il presidente del Consiglio difende se stesso. Il problema qui è un altro.

E qual è?

Quando al governo c’era Berlusconi io e altri, a cominciare dalla società civile e dal sistema dell’informazione, denunciavamo quanto accadeva. Perché era nostro dovere farlo. Oggi invece, con Renzi a Palazzo Chigi, tutti si sono girati dall’altra parte. Ciò mi lascia molto amareggiato.

Insomma, ha ragione Roberto Saviano a denunciare l’uso di due pesi e due misure?

È così. Il problema non è la società civile ma come essa viene aiutata a capire come stanno realmente le cose. Tutti i giorni, a sistema informativo riunito, veniamo ‘colpiti’ dagli slogan di Renzi che assomigliano a quelli di un venditore ambulante. Senza alcun contraddittorio. Di più: quando qualcuno lo contesta, come successo al Fatto, diventa un ‘criminale’.

Oggi è come ai tempi di Tangentopoli?

È peggio di prima perché ciò che un tempo poteva essere perseguito sul piano tecnico-giudiziario ora non lo è: si è ingegnerizzato il sistema della tangente. In certi casi è diventato legale ciò che una volta non lo era. Infine, è intervenuto uno scoramento dell’opinione pubblica a cui si è fatto credere che spesso le colpe sono di chi ha scoperto il reato, non di chi lo ha commesso.

Twitter: @GiorgioVelardi

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