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BRILLANO SEMPRE PER LA LORO “ONESTA’ “………. AHAHAHAHAHAH !!!!

26 aprile 2016

da  IL  GIORNALE  D’ ITALIA

 

Primo piano

26/04/2016 16:55

Gomorra in casa Pd

Appalti truccati in favore dei Casalesi, nove arresti. Tra gli indagati il presidente del partito e consigliere regionale della Campania

Gomorra in casa Pd

 

Un’altra bufera giudiziaria, l’ennesima, scuote il Partito Democratico. Che continua a detenere il davvero poco gratificante record degli indagati. Per un primato in continuo aggiornamento. Visto il coinvolgimento del presidente regionale e consigliere a Palazzo Santa Lucia Stefano Graziano, sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa in una indagine che ha visto finire in carcere e ai domiciliari nove persone perché accusate di aver favorito il clan dei Casalesi in alcuni appalti a Santa Maria Capua Vetere.

Davvero un colpo all’immagine devastante, pure in vista delle elezioni comunali, per il Pd di Renzi. Sul quale si abbatte ancora una tegola dagli effetti disastrosi.

Perquisizioni a Roma e Taverola (Caserta) per l’esponente dem nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, in cui è rimasto coinvolto anche l’ex sindaco di Santa Maria Capua Vetere, Biagio Di Muro (ora in galera).

Al vaglio degli inquirenti pure il presunto appoggio alla elezione di Graziano da parte dell’imprenditore Alessandro Zagaria (nessuna parentela con il boss Michele e considerato figura chiave dell’inchiesta). L’appalto contestato è quello per i lavori di consolidamento di Palazzo Teti, storico immobile in via Roberto D’Angiò, confiscato in passato proprio al “babbo” di Di Muro, all’epoca dei fatti condannato per tangenti. Di padre in figlio, verrebbe da dire. Tant’è, gli indagati devono rispondere a vario titolo dei reati di corruzione e turbativa d’asta con l’aggravante di aver agevolato la nota organizzazione criminale camorristica. La gara, che nel corso degli anni ha subito diversi rallentamenti, per la Dda partenopea sarebbe stata vinta da un raggruppamento di imprese ritenute vicine al clan guidato da Michele Zagaria.

Tra gli arrestati anche funzionari del comune casertano come Roberto Di Tommaso (ai domiciliari), imprenditori, faccendieri e professionisti. In una indagine che coinvolge, seppur indirettamente, il Pd.

Graziano ha poi deciso di autosospendersi dal partito.

M.Z.


NE  HANNO  DI  MOTIVI  PER  VERGOGNARSI………!!!!!

Patrick di Majan

da  IL  GIORNALE.IT

Il Pd sparisce dai manifesti: i suoi candidati si vergognano

Niente simbolo dem per le Comunali. È la stessa scelta che portò all’insuccesso la Moretti in Veneto

 Roma – «Roma torna Roma. Giachetti sindaco». «Piero Fassino sindaco. Per amore di Torino».

«Questa è la Bologna che mi piace. Merola sindaco». «Milano, ogni giorno ogni ora. Beppe Sala sindaco». «Cuore e coraggio. Valeria Valente sindaco».

Il Partito democratico nei suoi cartelloni elettorali 6×3 per le Amministrative vara la comunicazione «no logo». E il simbolo del partito sotto i faccioni dei candidati sparisce completamente dalle affissioni, senza neppure un piccolo memento sulla provenienza politica dei prescelti, senza una bussola per orientare i più disattenti. Ci sono i sorrisi aperti di Piero Fassino e Virginio Merola. Lo sguardo rivolto verso l’alto e la ripresa dal basso per enfatizzare la credibilità del soggetto, creando il cosiddetto «effetto monumento» per Roberto Giachetti. Il sorriso abbozzato e la camicia e cravatta per il manager Beppe Sala. E sempre in tema di abbigliamento le varie declinazioni visive del «candidato» non prevedono mai la giacca e la cravatta, evidentemente un codice ormai bandito nella propaganda visiva dell’era renziana (così come manca un grande classico degli ultimi anni: quello del politico con giacca sulla spalla, come nelle sfilate d’annata). Il candidato, insomma, deve essere sportivo e a portata di mano, vicino ai cittadini.

Le spiegazioni e le interpretazioni che fioriscono sul web si orientano verso la tesi più tagliente: i candidati si vergognano del Pd, o forse è il Pd stesso ad autocensurarsi. Sono soprattutto i simpatizzanti grillini ad armare i cannoni dialettici. Nel mirino finisce la scelta romana, dove è più che mai necessario liberarsi dal fardello e l’eredità politica di Mafia Capitale. Altri, invece, leggono la circostanza come la dimostrazione che i partiti tradizionali sono in via di estinzione, non più adeguati ai tempi, privi di appeal. E così chi si occupa di comunicazione politica si è già adeguato. Ci sono anche motivazioni «tecniche» che potrebbero suggerire questa scelta. Solitamente quando la situazione è ancora mobile e si conta di poter stringere alleanze con partiti minori e liste civiche si procede a una prima tornata di affissioni senza simboli di partito – come una sorta di galateo della speranza – per poi procedere alla seconda ondata quando il quadro è definito. È altrettanto vero, però, che siamo ormai entrati quasi nell’ultimo giro e mancano davvero pochi giorni alla chiusura delle liste e altri candidati – come ad esempio Guido Bertolaso – hanno provveduto a mettere il simbolo del partito sulle loro affissioni. La cancellazione del logo Pd aveva già fatto discutere nelle ultime Regionali quando Alessandra Moretti, candidata in Veneto, adottò la stessa tattica affidandosi a cartelloni con prevalenza di bianco e di blu. Una campagna elettorale senza bandiera che non venne premiata dal successo.

Se i cartelloni dei candidati «depidizzati» fanno discutere, polemiche di altro tipo a Bologna nascono per i manifesti della capolista Pd, Giulia Di Girolamo. Il motivo? I primi manifesti, infatti, ricordavano le «elezioni amministrative 5-6 giugno». Peccato che si voti solo domenica 5 giugno. Una gaffe di cui il Pd locale si è scusato postando, autoironicamente, un video con l’allenatore della Juve Massimiliano Allegri, infuriato con i suoi giocatori in occasione di Carpi-Juve.

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