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IL GOVERNO RENZI PIU’ CHE UN GOVERNO SEMBRA UNA AGENZIA D’ AFFARI……… LORO !!!!

2 aprile 2016

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IO  MI  DOMANDO  E  DICO : L’ ILLEGALITA’,  NON  SARA’  MICA  PRESENTE  CON  UNO  SPECIFICO  ARTICOLO  NEL  LORO  STATUTO…….????

Patrick di Majan

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da  IL  GIORNALE.IT

 

Lo scandalo petrolio si allarga. Boschi e Guidi davanti ai pm

Il capo di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, è indagato per traffico illecito di rifiuti nell’inchiesta di Potenza che ha già fatto dimettere l’ex ministro dello Sviluppo Federica Guidi. Indagato anche un dirigente della Ragioneria della Stato

Nuove grane per il governo Renzi. Secondo quanto riportano oggi La Repubblica e il Corriere della Sera, anche il capo di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, è indagato per traffico illecito di rifiuti nell’inchiesta di Potenza che ha già fatto dimettere l’ex ministro dello Sviluppo Federica Guidi.

“A settembre scorso è stato notificato un avviso di proroga delle indagini al capo di stato maggiore della Marina, indagato insieme al compagno dell’ex ministro Guidi per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze per una storia riguardante l’Autorità portuale di Augusta”, scrive Repubblica. Il quotidiano ricorda come De Giorgi, in scadenza di mandato, sia tra l’altro “l’ideatore di Mare nostrum” e il suo nome “sia circolato negli ultimi mesi per una candidatura al vertice della Protezione civile”. Parlando di accuse che vanno “dall’associazione a delinquere all’abuso d’ufficio”, Repubblica aggiunge che nel registro degli indagati dell’inchiesta di Potenza sull’impianto di Tempa Rossa è stato iscritto anche Valter Pastena, un dirigente della Ragioneria della Stato.

Nell’ambito dell’inchiesta sul petrolio in Basilicata, i pm di Potenza ascolteranno il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, e il Ministro dimissionario dello Sviluppo economico, Federica Guidi. Secondo quanto si è appreso nel capoluogo lucano, i magistrati si recheranno a Roma.

La Procura della Repubblica di Potenza presenterà appello contro il rigetto da parte del gip del Tribunale del capoluogo lucano della richiesta di arresto per Gianluca Gemelli. Lo si è appreso in ambienti giudiziari. Il compagno dell’ex Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, è indagato per concorso in corruzione e per millantato credito nell’ambito dell’inchiesta sul petrolio in Basilicata.

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Nella Parentopoli dei politici la “new entry” è il compagno

Lo scandalo Guidi-Gemelli coinvolge una nuova figura familiare dopo padri, mariti e cognati

Ma soprattutto l’attualità ci consegna un compagno che dialoga con i petrolieri, tesse reti di affari ed entra nel vortice degli appalti. In ogni caso la vicenda dell’ormai ex ministro Federica Guidi e del suo fidanzato segna un nuovo capitolo e una nuova tappa nell’evoluzione darwiniana della Parentopoli. Siamo fuori dai legami affettivi tradizionali, ma il colpo è ugualmente duro.In questi anni tormentati e punteggiati da scandali, abbiamo sperimentato le diverse stazioni della via crucis familiare. E insomma le colpe dei figli, delle mogli, dei cognati sono atterrate sui potenti, azzoppandoli e qualche volta disarcionandoli.

Ecco, per capirci, citi Antonio Di Pietro e ti viene in mente il rampollo Cristiano, dipietrino in scala nel piccolo Molise. Metti a fuoco Gianfranco Fini e ti accorgi che il suo rapido declino è stato accompagnato dalle disavventure della consorte, la bionda Elisabetta Tulliani. Per non parlare dell’interminabile querelle sulla casa di Montecarlo dove la Tulliani era spalla dell’ineffabile fratello, Giancarlo, il Cognato, figura gettonatissima della Nuova commedia dell’arte. Balbettii. Esitazioni. Sotterfugi e vergogna.I parenti sono come le ciliegie e portano guai in serie. Di Pietro junior pasticcia e ripasticcia segnalando e sbandierando amici con il provveditore alle Opere pubbliche della Campania e del Molise. Il padre si spazientisce e conversando con gli amici lascia filtrare parole amare: «Cristiano si è esposto troppo». Ingombrante Di Pietro junior, come ingombranti sono i Tulliani. Lei, alle prese con l’ex Luciano Gaucci, fra rivendicazioni e carte bollate. Ma è lui, il cognato, ad essere la vera zavorra che porterà a fondo l’aspirante leader della destra italiana.

La casa di Montecarlo diventa un tormentone interminabile e sbriciola le ambizioni di Fini lasciando solo un cumulo di macerie. Non c’è bisogno di dimissioni e nemmeno si parla di avvisi di garanzia. No, la questione è più sottile: è un capitale di credibilità e di leadership che va in fumo. Un po’ quanto accadde ad Anna Finocchiaro quando scivolò sulle scale che dovevano portarla al Quirinale per colpa di un intoppo giudiziario nella brillante carriera medica e manageriale del marito, il ginecologo Melchiorre Fidelbo.Altre volte l’album di famiglia viene strappato e costringe a mollare la poltrona di turno. Clemente Mastella finisce in croce perché la moglie Sandra Lonardo si ritrova sotto i riflettori della magistratura di Santa Maria Capua Vetere. Lui capitola e il 16 gennaio 2008 lascia la carica di ministro della giustizia, il Governo Prodi va in debito di ossigeno e affonda. Ma i rami dell’albero genealogico che si attorcigliano intorno ai protagonisti della nostra vita pubblica sono una foresta. Nunzia De Girolamo, ministro dell’Agricoltura con Enrico Letta, lascia per una controversa storia di presunte spinte e controspinte per affidare allo zio Franco la gestione del bar dell’ospedale di Benevento.

In epoca più recente il ministro Maurizio Lupi resta impigliato nel Rolex regalato da un imprenditore compiacente al figlio ingegnere. Lupi senior deve alzare bandiera bianca per salvare la dignità e il quadrilatero familiare dall’assedio dei media. Resiste invece – ed è la storia evocata da Renzi in queste ore – Annamaria cancellieri che si è spesa, da titolare della giustizia, per l’amica Giulia Ligresti. In cella e in pessime condizioni. Comportamento censurato da più parti e ancora più discutibile perché il figlio della ministra ha lavorato alla corte dei Ligresti, per la Fonsai. Ma in quella situazione la Cancellieri tira diritto. Una regola generale non c’è: le colpe dei figli ricadono sui padri, come insegna il tramonto di Umberto Bossi, i cui figli, il Trota e Renzo, hanno spolpato allegramente il denaro pubblico.Ma le colpe, eventuali, dei padri non ricadono sui figli: la vicenda Etruria insegna. Maria Elena è ancora al suo posto, anche se il padre Pier Luigi è ritenuto fra gli artefici del disastro dell’istituto di credito. Per non parlare dei Renzi Matteo e Tiziano. Il padre del premier è indagato per bancarotta.

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Tutte le mani del governo sull’emendamento che scotta

Caso Guidi-Gemelli, la norma firmata dalla Boschi come «atto dovuto» fu presentata prima nello Sblocca Italia e poi ricomparve nella Stabilità

Le passioni e gli affari di famiglia. Il doppio registro utilizzato da Matteo Renzi nel giudicare colpe e responsabilità, con il benservito per Federica Guidi e la blindatura di Maria Elena Boschi la cui firma sull’emendamento «era un atto dovuto»: un trattamento differenziato che porta l’azzurra Elvira Savino a far notare che «o sei nel Giglio magico, oppure la ghigliottina delle dimissioni è inevitabile».

Per il governo Renzi si chiude un’altra settimana di passione. Una navigazione tempestosa figlia dell’intercettazione in cui l’ormai ex ministro dello Sviluppo Economico garantisce al compagno che sta per passare un emendamento affine ai suoi interessi privati. Nel 2014, però, era stato lo stesso iter dell’emendamento a suscitare sospetti e malumori nelle forze parlamentari. La prima comparsa risale a venerdì 17 ottobre 2014, nella commissione Ambiente della Camera. Ermete Realacci, mentre si discute dello «Sblocca-Italia», annuncia che il governo (nella persona del sottosegretario alla Sviluppo, Simona Vicari) «ha presentato l’emendamento 37.52». I membri della Commissione, compresi quelli del Pd, restano spiazzati. Si tratta di una misura che inserisce le opere relative al trasporto e allo stoccaggio di idrocarburi tra le infrastrutture alle quali si applicano procedure autorizzative in deroga. Il deputato di Si, Filiberto Zaratti descrive una notte convulsa, segnata da un «viavai di persone non accreditate, probabilmente lobbisti.

C’era anche un membro dello staff del ministro Boschi». E a un certo punto nei verbali si legge come la presidenza della commissione inviti a limitare l’ingresso ai soli autorizzati. Dopo un acceso dibattito che si protrae per ore lo stesso Realacci dichiara l’emendamento «inammissibile per estraneità di materia». A distanza di un anno e mezzo Realacci ricorda così quella misura: «Mi sembrò francamente un po’ troppo e mi assunsi le mie responsabilità». Discorso chiuso? Affatto, perché il 14 dicembre 2014 (la telefonata della Guidi con il compagno è del 5 novembre 2014) mentre in commissione Bilancio al Senato si discute della legge di Stabilità 2015 il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta e il viceministro all’Economia Enrico Morando, in rappresentanza del governo, presentano l’emendamento 2.9818, perfezionato dal relatore Giorgio Santini (Pd) con il subemendamento 2.9818/4. Il testo viene approvato in commissione (nonostante le dichiarazioni di voto contrarie dei senatori D’Ali (Fi-Pdl) e Uras (Misto-Sel). Resterebbe da affrontare l’aula, ma l’intero testo della Stabilità approvato in Commissione si trasforma in un maxiemendamento da votare con la fiducia a Palazzo Madama.

Qui entra in scena Maria Elena Boschi perché il maxiemendamento per prassi viene predisposto dal ministro per i Rapporti per il Parlamento, su cui ricade la responsabilità del testo e degli emendamenti, di concerto con il premier. Trattandosi di Stabilità, poi, un vaglio spetta anche al ministero dell’Economia e alla Ragioneria generale. La legge passa con la fiducia prima al Senato (dove l’emendamento diventa il comma 552) e poi alla Camera. L’obiettivo è raggiunto, anche se una domanda resta senza risposta. Se è vero, come dice in serata il ministro Boschi che «Tempa Rossa è un progetto strategico per il Paese che prevede molti occupati nel Mezzogiorno e lo rifirmerei domattina», perché quel provvedimento non venne inserito dandogli piena visibilità e risonanza nell’articolato della legge di Stabilità?

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Il Pd e la guerra per bande sugli appalti del petrolio

Caso Guidi: la guerra in Basilicata tra la corrente del sottosegretario De Filippo legato al sindaco di Corleto e il governatore Pittella. In ballo controllo del territorio, ma pure affari e posti di lavoro

Roma – Una cricca dem con le mani nel petrolio. Non ci sono solo le intercettazioni tra l’ormai ex ministro Federica Guidi e il suo compagno interessato al business dell’oro nero, ma anche gli «interessi illeciti» su quel colossale affare «di taluni politici e amministratori locali lucani» che, in nome dei petroeuro, «non hanno avuto remore nello svilire la pubblica funzione rivestita, incamerando dai predetti imprenditori compensi della più disparata natura, in cambio di pressioni per affidare lavori e contratti».

Il ministro Guidi (al centro) durante la fiducia di lunedì al Senato

Qualcuno è rimasto invischiato nel greggio ritrovandosi indagato. Altri, come il ministro o il sottosegretario Vito De Filippo, sono stati messi in mezzo dalle intercettazioni. Ma il meccanismo di «sfruttamento politico» delle trivellazioni in Lucania rischia di bruciare la già non immacolata immagine del Pd.

«L’ENI HA DATO UN HOTELAL SOTTOSEGRETARIO»

Quale sia l’interesse dei politici sul petrolio lo si capisce dalla chiacchiera intercettata tra due vigili urbani del comune «petrolifero» di Corleto. Uno dei due, autista del sindaco Pd, spiega che una nuova candidatura dipende dal governatore, Pittella, «che a suo dire avrebbe l’interesse a gestire qua il petrolio ovvero a sistemare i cazzi suoi proprio come avrebbe già fatto il suo predecessore, Vito De Filippo». Segue esempio del «sistemare i cazzi suoi», paradossale e de relato. Perché secondo il vigile, il sottosegretario alla Salute «avrebbe a sua volta ricevuto dall’Eni un hotel a Milano».

LA GUIDI? INTERVERRÀ«A NOSTRO FAVORE»

A novembre 2014 il dirigente Tecnimont Franco Broggi rivela a Gianluca Gemelli, compagno del ministro dello Sviluppo Economico Guidi, l’avvenuto incontro tra quest’ultima e un rappresentante Tecnimont. Ne sarebbe emerso un intervento del ministro a favore della società ingegneristica italiana. «Sta circolando corrispondenza interna – spiega Broggi – dove si dice che la persona (identificata come la Guidi, ndr) interverrà a nostro favore verso Total».

TUTTI INSIEME INTERESSATAMENTE

Al centro del filone che vede indagati tra gli altri il sindaco Pd e il revisore dei conti del comune di Corleto Perticara, una dinastia di consiglieri regionali Pd, la moglie dell’ad di Saipem Sergio Polito, c’è la Outsourcing srl. La società per il gip è il prototipo di quelle create «evidentemente in funzione delle future commesse da parte della Total (…) e in ciò agevolate da taluni amministratori locali legati a loro volta da rapporti di parentela con i vari soci e/o amministratori delle medesime società». A fondare la Outsourcing a Corleto nel 2007 sono Vincenzo Robortella, figlio del consigliere regionale Pd Pasquale, e la moglie di Carmelo Donnoli, revisore dei conti del comune. I fondatori, nel 2011, aumentano il capitale sociale vendendo due quote da 5mila euro (incassando su ognuna 100mila euro di sovrapprezzo) a Paquale Criscuolo, imprenditore (indagato pure lui) attivo nell’indotto petrolifero, e alla moglie dell’ad di Saipem, Palma Augusto. Due anni dopo, toccherà anche a Salvatore Fiore, figlio del sindaco Pd di Corleto, Rosaria Vicino, entrare in società. E quando Robortella jr viene eletto in Regione, cede le quote al padre «uscente».

ARRIVANO I SOLDI

La Outsourcing realizza un centro servizi da affittare alle società petrolifere. Quasi metà dei soldi per costruire l’edificio sono pubblici. Un finanziamento di 450mila euro concesso da Sviluppo Basilicata, spa controllata al 100 per cento proprio dalla Regione, nonostante la prima richiesta fosse stata considerata «irricevibile». Per il gip, quei soldi vengono presi grazie ad «artifizi e raggiri», e «in assenza dei presupposti previsti», poiché la società era «inattiva e priva di dipendenti». Mentre abbondavano i soci «eccellenti» se, si legge nell’ordinanza, «sin da subito ha assunto rilievo, seppure in via meramente presuntiva, l’intreccio di rapporti esistenti tra i vari soggetti ricoprenti cariche nelle società a vario titolo interessate alla vicenda». Tanto che gli inquirenti, parlando delle «società» costituite da amministratori per «tramite di moglie e figli» per «accaparrarsi finanziamenti vari ed appalti di lavori» legati al petrolio, indica la Outsourcing «e le sue vicissitudini societarie» come «dimostrazione evidente» che la realizzazione del Centro oli «con tutti gli interessi economici ad esso sottesi» fosse divenuto «obiettivo preferenziale» dei politici, locali «e non solo». Una cartina di tornasole di come in Basilicata «si fosse concentrato un vero sistema di malaffare diffuso» che toccava vari «livelli istituzionali».

L’ASSE TRA SINDACO E SOTTOSEGRETARIO

Come l’«asse» tra la sindaco del Pd Rosaria Vicino e il sottosegretario alla Salute De Filippo. Tra i due «sin dalle prime intercettazioni è emersa una commistione di interessi di varia natura». Il sindaco Pd è a capo di un «potentato» che controlla «anche grazie ai posti di lavoro ottenuti e distribuiti» grazie alle società petrolifere (ma anche la coop bianca La Cascina per la mensa Total promette al sindaco 11 assunzioni), tramite i quali incassa «consenso elettorale». Che poi «spende» con De Filippo, «ottenendone pure benefici personali». L’asse è così forte che la Vicino, intercettata col parroco, si preoccupa che il governatore Marcello Pittella, pure lui del Pd ma di altra «corrente», «vuol mettere la bandierina a Corleto». Grazie al petrolio, l’amministratrice Pd mantiene gli equilibri politici interni ai dem e «condiziona ogni forma di scelta» sul territorio. Arriva a usare i vigili per «indagini private contro avversari politici», chiedendo lumi su eventuali abusi edilizi di un consigliere M5S. E «controlla» la cuoca della scuola, che le fa pulizie a casa e passa al sindaco il cibo della mensa. Un elemento che per il giudice conferma il quadro «grottesco» della sindaca «profittatrice».

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Serracchiani taglia i fondi al sociale e ai malati

Accusa Pdl: tolti 140 milioni a sanità e assistenza, foraggiate le associazioni “rosse”

Interventi ispirati dal più cinico liberismo di centrodestra? No, è la Finanziaria regionale di una giunta di centrosinistra, quella della renziana Debora Serracchiani. «Una legge Finanziaria che fa i conti con una realtà fatta di risorse scarse, ma che non abbandona nessuno e guarda al futuro», ha annunciato la presidente del Friuli Venezia Giulia. L’opposizione non la pensa così. Prevedibile, si dirà. Non fosse che i numeri alla base delle critiche del Pdl fanno impallidire il caso del finanziamento dato dalla Serracchiani al maneggio che accudisce il suo cavallo.

La governatrice renziana ha tagliato 120 milioni di euro ai danni della sanità regionale e 21 milioni (-7% rispetto al 2013) a spese delle politiche sociali, che oltre ai servizi sociali comprendono le misure a favore di maternità, disabilità, anziani, infanzia. Anche il bonus bebè per le famiglie in difficoltà – che Letta a Roma ha confermato – è stato cancellato. Al contrario, fiumi di soldi per un totale di circa 2 milioni, sono andati a decine di associazioni culturali vicine alla sinistra. «Siamo stupiti da questa forte riduzione dei fondi ai settori sanitario e socio assistenziale, che dovrebbero essere la priorità per una giunta di centrosinistra – sottolinea il consigliere regionale Pdl Luca Ciriani – E la beffa è che la Cgil applaude alle scelte della presidente. Gli investimenti a favore delle attività produttive inoltre sono stati rimandati a primavera. In compenso, e nonostante l’austerity, 14 milioni sono andati al Teatro Verdi di Trieste per azzerarne il debito. Per non parlare dei soldi concessi con grande generosità a festival cinematografici e associazioni culturali legati al centrosinistra, veri serbatoi di consenso». Qualche esempio: 315mila euro alle Giornate del cinema muto, 250mila al Trieste Film Festival, 20mila alla rassegna Un film per la pace, altri 170mila al cinema Cappella Underground di Trieste. «Non c’è bisogno di dire che le associazioni culturali non “di area” hanno ricevuto zero euro – continua Ciriani – Ma la battaglia più importante è quella per il progetto che fornisce cure palliative domiciliari a una sessantina di bambini malati di tumore o di altre patologie gravi. È stato attivato a Pordenone, ma la richiesta di rifinanziamento è stata bocciata in Finanziaria (mentre i fondi provinciali sono arrivati, ndr). Speriamo che la giunta torni sui propri passi».

La crisi si fa sentire anche al Nord-Est, da qualche parte bisogna pur tagliare. «Certo – ammette l’esponente Pdl – ma sarebbe stato meglio mettere subito in sicurezza il socio sanitario e le attività produttive e rinviare a giugno gli altri interventi, come quelli a favore di cinema e cultura, che pure hanno la loro importanza. Invece è stato fatto l’esatto contrario». Non è troppo stupito della scala di priorità della Serracchiani invece Alessandro Ciriani, presidente della Provincia di Pordenone. «È la tipica Finanziaria di sinistra – attacca il giovane amministratore, classe 1970, un po’ un Renzi pidiellino -. Quando la sinistra va al potere, dimentica le bandiere della tutela delle fasce deboli e del lavoro sventolate in campagna elettorale. Se questi tagli al sociale li avesse fatti il centrodestra, sindacati e giornali ci avrebbero messo in croce. Invece la Serracchiani è coccolata dai media, anche quelli nazionali. La nostra presidente è una grande bolla mediatica, che salta da un salotto tv all’altro, ma le manca la sostanza del buon amministratore. D’altra parte per Debora Serracchiani la Regione è solo il trampolino di lancio per atterrare a Roma». L’ultimo tasto dolente è quello della disoccupazione. Nel 2008 da queste parti era poco sopra il 2%, oggi è all’8,5. Con colossi come Ideal Standard ed Electrolux che minacciano di chiudere. «I disoccupati? Se non altro, entreranno gratis al festival del cinema muto», chiude Luca Ciriani.

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da  LIBEROQUOTIDIANO.IT         01 Aprile 2016

Rosaria

Vizietti, ricatti e telefonate. Questa donna (arrestata) sputtana il Pd

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In una sorta di Risiko politico lucano, l’ex sindaco di Corleto Perticara Rosaria Vicino (Pd), era un asso e anche se guidava un comune di 2500 anime, se la giocava ad armi pari con politici apparentemente più potenti di lei, come il sottosegretario alla Salute Vito De Filippo e il presidente della Regione Basilicata Marcello Pittella. La Procura di Potenza le ha dedicato 800 pagine nell’ordinanza di custodia cautelare, muovendole tredici capi d’accusa, come riporta Repubblica. Tra i vezzi dell’ex sindaca c’era quello di usare la macchina di servizio per andare al parrucchiere e quando il comandante della Polizia municipale le faceva notare che non era proprio il massimo della correttezza, lei rispondeva: “Io sono sindaco e quindi capo della polizia. Prendo la macchina e faccio quello che voglio”. A spese di altri anche l’affitto di casa sua, in particolare a carico dell’azienda che lavorava ai pozzi petroliferi del suo paese. La piccola Corleto Perticara infatti è in quel pezzo di Basilicata toccato dalle estrazioni di gas e petrolio, una manna per un paesino destinato all’estinzione e per il sindaco un ottima valvola di sfogo per i suoi piani clientelari.

Le raccomandazioni – Dura la vita dei sindaci nei piccoli comuni, con la fila fuori la porta di gente che chiede lavoro, casa e sussidi. Un fardello che la Vicino si era voluta accollare, tenendo “sotto scacco la Total” come emerge delle carte degli inquirenti. E così regalava un lavoro a tutti quelli che poteva e voleva: “Giuseppina alla mensa della scuola, Nicola, Rocco, Carla, Rocchina e Immacolata, mi raccomando. Poi: Salvatore me lo devi mettere al numero uno: tiene la terza media ma è come se fosse diplomato. È intelligente. È bravo. Per il pane devi pigliare anche da De Angelis, è un fornaio di qui. Bravo buon prezzo ed è buono”. La Vicino si sentiva come investita da una missione obbligatoria: “Perché insomma deve essere chiaro: il nostro ruolo dei sindaci è cambiato, è diventato l’ufficio di collocamento (…). E voi a me mi dovete tenere contenta”.

Le vendette – Non sempre però chi ascoltava le sue richieste al telefono “la teneva contenta” e così l’ex sindaca Pd faceva capire con chi si aveva a che fare: “Ho già detto a Total: se dobbiamo stare a guardare noi, starete a guardare tutti, non esce una carta da qua! Nessuna autorizzazione, niente! Se i nostri devono stare a guardare, non vogliamo lavorare!”.

 

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