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CERTI MAGISTRATI ANDREBBERO LICENZIATI…….. PER NON DIRE DI PEGGIO !!!!

marzo 13, 2016

da  BLIZ QUOTIDIANO

 

Terroristi assolti a Milano tenevano ostaggio Failla e Piano

Pubblicato il 13 marzo 2016 11:57 | Ultimo aggiornamento: 13 marzo 2016 12:04

di Mario Tafuri

ROMA – Terroristi per tutto il mondo, bravi ragazzi per la Giustizia italiana? Questa è l’impressione che si ricava a collegare le notizie diffuse in rete sui terroristi che hanno rapito i 4 tecnici italiani a Sabrata, in Libia, due dei quali Salvatore Failla e Fausto Piano, sono stati uccisi in circostanze ancora non chiarite.

Un nome domina, quello di  Abu Nassim, all’anagrafe Moez Ben Abdelkader Fezzani: era stato arrestato dagli americani, ceduto agli italiani, processato a Milano, assolto e scarcerato. Il suo nome emerge dal racconto di una donna, Wahida Bin Mokhtar Bin Ali, che ha affidato a 4 video postati su Facebook la sua testimonianza che è alla base delle ultime rivelazioni sulla morte di Salvatore Failla e Fausto Piano, riportate da Francesco Semprini sulla Stampa, di cui, riconosce Semprini,

“una menzione è stata data dalla trasmissione «Piazza pulita» di giovedì 10 marzo su La7″.

Prima di arrivare a quei tragici minuti, Wahida racconta la storia della sua vita, che l’ha portata in Libia dalla Tunisia, dove è nata. Il racconto è in arabo e è necessario affidarsi alla traduzione proposta da Semprini:

“Mi chiamo Wahida Bin Mokhtar Bin Ali, sono nata nel 1982, musulmana e tunisina. Sono venuta in Libia legalmente assieme a mio marito per lavorare. Ho una laurea in legge, a casa avevo poco lavoro e sono andata in Turchia, a Saral». Il marito le chiede di accompagnarlo in Siria, ma poi l’uomo, di cui non viene fatto il nome, alla fine varca il confine senza di lei, grazie all’aiuto di un gruppo che combatteva contro Assad. Poi «abbiamo deciso di andare in Libia, siamo arrivati a Tripoli, ci siamo fermati a Misurata, dove ho lavorato in un ospedale. In quei giorni mio marito riceveva sempre delle chiamate da Abu Nassim per lavoro».

Il personaggio in questione, avverte Semprini, è Moez Fezzani, leader della colonna jihadista di tunisini con passato italiano.  Di Moez Fazzani si è occupato nel luglio 2015, per il settimanale l’Espresso, Paolo Biondani: si tratta di

“un integralista tunisino che ha vissuto per anni a Milano, in via Paravia.  Inquisito fin dal 1997 per presunta complicità con il terrorismo internazionale, Abu Nassim era sfuggito all’arresto rifugiandosi tra il Pakistan e l’Afghanistan. Nel 2002 è stato catturato dalle truppe americane e rinchiuso nella prigione militare di Bagram. Nel 2009 è stato riconsegnato dagli Usa all’Italia insieme ad altri due tunisini già detenuti a Guantanamo.

“Ma al processo, nonostante la pesante requisitoria della procura di Milano, la Corte lo ha assolto e scarcerato. A quel punto il ministero dell’Interno lo ha espulso per motivi di sicurezza. Quindi nel 2012 Abu Nassim è tornato in Tunisia, libero”.

In Tunisia, Abu Nassim

“si è unito ai jihadisti: nell’autunno 2013 è andato a combattere in Siria con una brigata del cosiddetto Stato Islamico. E nel 2014 è ripartito per un’altra guerra civile, in Libia. Dove è diventato uno dei presunti responsabili di un campo di addestramento dei tagliagole del Califfato, localizzato nella zona di Sabratha. Una base che ora è sospettata anche di essere la fucina dei terroristi delle stragi in Tunisia”.

Qui si inserisce il racconto di Wahida. Lei il marito e il figlio si trasferiscono a Sabratha:

“Siamo stati a casa di Nassim. Era appena finito il ramadan”.

Era, nota Francesco Semprini, il 18 luglio 2015 un giorno prima del rapimento degli italiani. Ricorda Wahida:

“Ho chiesto alla moglie come facevano a essere così ricchi, lei mi ha risposto che suo marito lavorava con gli italiani”.

Forse, nota Semprini, si trattava di un eufemismo,

” un modo per dire e non dire quello che sarebbe avvenuto di lì a poco. Wahid ne ha sentore, tanto che cerca di separarsi dal marito, il quale però la minaccia e giura che se la sarebbe presa col figlio. Racconta Wahida:

“Sono rimasta a Sabratha con lui, abbiamo preso casa in affitto, diceva di fare il meccanico, ma tornava sempre pulito. Un giorno mi spiegò che stava lavorando sulla questione tunisina”.

Arriviamo al 19 febbraio 2016, quando gli americani bombardano Sabratha. Qui è utile leggere la ricostruzione di Daniele Raineri per il Foglio il 3 marzo 2016.

“Il raid ha costretto le forze locali a cominciare un repulisti, considerate anche le voci imminenti di intervento internazionale. “E anche dopo c’è stato qualche tentennamento: i superstiti del raid americano sono stati portati in ospedale e non sono stati arrestati. Impossibile che fino a quel giorno nessuno si fosse accorto di quella presenza, piuttosto si era scelto di fare finta di nulla”. E’ stato creato un Centro di comando per la lotta allo Stato islamico, che ha cominciato una sequenza di retate e raid contro le cellule locali del gruppo. Il primo marzo la milizia ha fatto irruzione in un nascondiglio utilizzato per la costruzione delle bombe. Due giorni fa ha intercettato la cellula dello Stato islamico che custodiva due dei quattro rapiti italiani – non è ancora chiaro cosa è successo. Dalle foto e dalla didascalia che il Centro di comando ha caricato poche ore dopo l’attacco sulla sua pagina Facebook sembra che abbiano ucciso la maggior parte del gruppo in uno scontro a fuoco, senza nemmeno rendersi conto che c’erano due ostaggi”.

Dopo il raid americano, prosegue Semprini,

“le milizie di Tripoli, dichiarano guerra alla colonna filo-Isis di Nassim, ne seguono scontri drammatici per giorni, la situazione precipita. Gli jhihadisti decidono di serrare le fila, si riuniscono in una casa dove arriva Wahida, è il covo dove sono tenuti i quattro italiani:

«C’erano tante persone, alle donne non era dato sapere chi fossero».

Lo capisce il mattino quando un convoglio di almeno due vetture, una nera e una grigia, si dirige verso il Sahara. A guidare le operazioni è Abdullah Dabbashi, detto Haftar, emissario Isis.

«C’erano gli ostaggi italiani, e i rapitori ripetevano che la strada doveva essere sgombra».

Secondo la donna Haftar voleva portare via tutti e quattro gli italiani, ma poi ha desistito: con loro però c’è una sacca con una somma di denaro, il riscatto probabilmente.

“Da lì è un alternarsi di soste passando per Zaouia, sino ad arrivare al ground zero del bombardamento Usa, il covo di Noureddine Chouchane, «il terrorista di Novara» ucciso nel raid.

«Davanti a me c’era la macchina con gli italiani. Ci siamo fermati e sono scesi per mangiare. A questo punto sono arrivati i ribelli è iniziato uno scontro a fuoco.

Il mio gruppo ha tentato di scendere a patti con loro, urlando

“Scendiamo a patti, abbiamo gli italiani”»,

ma non ci hanno dato retta e hanno ripreso a sparare,

«Hanno colpito mio figlio all’addome».

Il racconto della donna si fa confuso, ciò che ne emerge è uno scontro pesantissimo, alla fine solo sangue e cadaveri, tra questi i corpi di Salvatore Failla e Fausto Piano. Chi li abbia uccisi è da appurare: forse i rapitori per agevolare la fuga, o le milizie determinate a impossessarsi dei soldi senza lasciare testimoni”.

Per completare il quadro, un articolo di Libero del 4 marzo 2016:

“Da tempo l’Italia aveva avviato una trattativa per liberare i quattro ostaggi italiani rapiti otto mesi fa in Libia, compresi i due tecnici, Failla e Piano, tragicamente uccisi in una sparatoria, probabilmente usati come scudi umani dai loro aguzzini. Secondo il Giorno, i servizi italiani hanno ricostruito che i quattro sono stati rapiti lo scorso luglio da un gruppo di banditi dediti ai sequestri, dentro il quale c’era anche qualche membro radicale islamico. Con questo gruppo sono rimasti fino allo scroso febbraio, quando il gruppo di ex Ansar al Sharia guidato da Abdullah Dabbashi, colonna dell’Isis a Sabrata, è entrato nella trattativa con l’Italia, di fatto strappando gli ostaggi ai rapitori. Attraverso la ditta dei tecnici, la Bonatti, i servizi italiani hanno trovato un canale di contatto attraverso membri di una tribù locale”.

La richiesta di riscatto iniziale era “di almeno 12 milioni di euro [… ma il passaggio dai rapitori ai nuovi aguzzini più radicali ha complicato la trattativa, facendo impennare la cifra chiesta come riscatto.

A peggiorare le cose c’è stato il raid americano del 19 febraio. […] A quel punto gli ostaggi sono stati divisi in due gruppi e usati come scudi umani per proteggere le case dei leader della colonna jihadista, sono partiti raid di risposta a quello americano, attaccando i militari dell’esercito fedele a Tripoli. Non è stato neanche escluso il piano di un blitz che provasse a liberare i quattro italiani, ma il bombardamento americano ha stravolto il già fragile equilibrio della zona occidentale libica”.

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da  IL  GIORNALE.IT

 

Ma a Trento liberi tutti: otto sospettati a casa

“Solo contatti superficiali col gruppo di Merano”. Il giudice archivia

Archiviati. Prosciolti perché gli elementi raccolti in quattro anni di indagini, intercettazioni e pedinamenti messi nero su bianco in un’ordinanza di custodia cautelare da mille e duecento pagine firmata dal gip di Roma Valerio Savio, non sono risultati «idonei» a sostenere l’accusa di essere parte di un’associazione finalizzata al terrorismo internazionale.

Il Mullah Krekar durante una protesta

Finisce così, con «solo» quattro persone – su 17 – in carcere in attesa di processo, il capitolo italiano della maxi inchiesta che a novembre scorso aveva scoperchiato una cellula di presunti jihadisti collegata alla rete terroristica internazionale «Ratwi Shax» facente capo al mullah Krekar, estremista religioso detenuto in Norvegia, e con base logistica a Merano, in Alto Adige.

Infatti, su 17 persone indagate, per cui era scattato l’arresto appena quattro mesi fa, otto posizioni sono state a tutti gli effetti stralciate. Solo sospettati di essere adepti al Califfato, finiti nel mirino, secondo i magistrati, senza avere adottato in realtà «condotte illecite sul territorio italiano». I contatti accertati che hanno avuto con i vertici dell’organizzazione terroristica di Krekar, e per cui erano stati individuati dall’antiterrosimo di Roma, sono stati semmai superficiali e per lo più motivati da un indottrinamento religioso. Tesi riconosciuta dal gip di Trento Claudia Miori, che ha accolto l’istanza di archiviazione già avanzata dal pm Giuseppe Amato e dai sostituti Davide Ognibene e Pasquale Profiti, a cui era passata per competenza territoriale la titolarità dell’indagine, disponendo l’archiviazione. Solo due degli otto per cui sono cadute le accuse si trovano in Alto Adige, gli iracheni Goran Mohamad Fatah e Kaml Mahmoud Hama, che erano già stati scarcerati a neanche una settimana dall’arresto dopo che la stessa procura aveva chiesto l’inefficacia della misura restrittiva per insufficienza di elementi a loro carico. Ora al più rischiano l’espulsione, ma i loro avvocati sono pronti a eventuali ricorsi. Il primo, l’unico che non si era avvalso della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio di garanzia, aveva ammesso di essere stato «solo» un seguace religioso del mullah, negando aspirazioni terroristiche. Il secondo avrebbe avuto contatti ma solo sporadici con la cellula meranese. Cadono dunque le ipotesi di un «loro contributo a collegamenti in chat, a manifestazioni e attività di proselitismo, di finanziamento, reclutamento, addestramento, preparazione alla guerra terroristica e dunque alla realizzazione delle condizioni economiche e operative per favorire l’invio di persone reclutate, radicalizzate». Tra gli altri prosciolti, un iracheno di cui si è ipotizzata la morte in Irak, e tre «irreperibili» sin dall’ordinanza di custodia cautelare. Ovunque siano, comunque, da oggi saranno liberi.

Così, del super impianto accusatorio contro i 17 di Merano, resiste solo il processo a carico di quattro detenuti in Italia, tra cui la mente della cellula, Abdul Raham Nauroz, residente nel monolocale trasformato nel covo di reclutamento di foreign fighters, e tre seguaci. Krekar resta in cella in Norvegia, degli altri, invece, nessuna traccia.

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Questa donna ha distrutto il Paese Ma resterà impunita

Anche un magistrato come Emiliano si indigna: “Chieda scusa”. E nonostante tutto Ilda Boccassini rimarrà al suo posto come sempre

Per La Repubblica , Berlusconi non è un innocente perseguitato ma un «colpevole salvato», come si evince dal titolo che racconta con stizza dell’assoluzione definitiva in cassazione sul caso Ruby.

Il Corriere della Sera affida invece al suo segugio Luigi Ferrarella la difesa senza se e senza ma dell’operato dei pm milanesi. Un ufficio stampa della procura non avrebbe saputo fare di meglio e, ovviamente, Ferrarella tace sul fatto che lui stesso e autorevoli colleghi del suo giornale nel corso di questi anni avevano già emesso la sentenza di colpevolezza in centinaia di articoli nei quali si spacciavano per prove certe i farneticanti teoremi dell’accusa. Non sappiamo invece il commento di Ilda Boccassini, la pm che ha fatto da redattore capo di quella grande messa in scena truffaldina ed esclusivamente mediatica che è stata l’inchiesta Ruby. Una cosa però conosciamo. E cioè che la Boccassini, grazie a questa inchiesta, è stata inclusa dalla rivista statunitense Foreign Policy al 57esimo posto nella lista delle personalità che nel corso del 2011 hanno influenzato l’andamento del mondo nella politica, nell’economia, negli esteri.

Non stiamo parlando di un dettaglio. Anche dall’altra parte dell’Oceano erano giunti alla conclusione che le notizie costruite dalla procura di Milano e spacciate da Corriere e Repubblica non costituivano un mero fatto giudiziario ma avevano contribuito in modo determinante a modificare giudizi sull’Italia con ricadute decisive financo sul piano internazionale. Oggi, grazie alla sentenza di Cassazione, sappiamo che si trattò di una iniziativa scellerata, completamente falsa, paragonabile a un complotto per destabilizzare un Paese sovrano. Complotto ordito da magistrati e sostenuto da complici, o almeno utili idioti, nelle redazioni dei giornali nazionali ed esteri, nelle stanze di governi stranieri e in quelle della politica di casa. A partire da quella più prestigiosa del Quirinale, allora abitata da Giorgio Napolitano. Il quale non solo non mosse un dito per fermare il linciaggio del suo primo ministro, ma, proprio sull’onda di quella destabilizzazione, ricevette in segreto banchieri, editori e imprenditori di sinistra per organizzare un controgoverno (Monti, per intenderci) nonostante quello in carica godesse ancora della piena fiducia del Parlamento.

Alla luce di tutto questo, e in attesa che la Corte europea faccia giustizia di un’altra bufala giudiziaria (la condanna di Berlusconi per evasione fiscale, avvenuta grazie al trucco di assegnare la sentenza non al giudice naturale, ma a un collegio costruito ad hoc, guarda caso su sollecitazione del Corriere della Sera ), ora si pongono problemi seri che meritano risposte veloci e all’altezza di un Paese libero e democratico. Riguardano la permanenza nelle loro delicate funzioni dei responsabili e la riabilitazione politica della vittima Berlusconi. Nessuno, su questo, può permettersi di fare il pesce in barile.

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Le toghe contro la Lombardia: “Reddito minimo agli immigrati”

La Regione dovrà rifare le graduatorie per l’assegnazione dei fondi per il sostegno all’affitto, perché gli stranieri erano “discriminati”, grazie al meccanismo della residenza obbligatoria da 5 anni in Lombardia o da 10 in Italia

La Regione dovrà rifare le graduatorie per l’assegnazione dei fondi per il sostegno all’affitto, perché gli stranieri erano “discriminati”, grazie al meccanismo della residenza obbligatoria da 5 anni in Lombardia o da 10 in Italia.

L’ha stabilito il giudice del lavoro Tullio Perillo, che ha accolto il ricorso contro il Pirellone presentato dagli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri dell’Asgi, l’associazione studi giuridici sull’immigrazione, e dell’associazione Avvocati per niente (Caritas).

La sentenza del Tribunale di Milano ha scatenato la reazione della Lega Nord: “Questo verdetto è discriminatorio verso i cittadini lombardi e italiani e va contro il buon senso. Come va contro il buon senso – afferma l’on.Paolo Grimoldi, Segretario della Lega Lombarda e deputato della Lega Nord – la richiesta da parte del giudice alla Regione Lombardia di riaprire l’accesso ai fondi per l’affitto a quei cittadini extracomunitari finora esclusi. Questo significherebbe che qualunque immigrato, residente anche solo da pochi mesi sul proprio territorio, potrebbe scavalcare in graduatoria un cittadino italiano che magari versa in un momento di difficoltà dopo aver versato per decenni contributi allo Stato e aver contribuito a mantenere il nostro welfare. La norma della Regione Lombardia è una norma di buon senso e non contiene alcun elemento discriminatorio, stabilendo solo che a questo tipo di aiuti può accedere non l’ultimo arrivato ma chi già da qualche anno risiede sul nostro territorio e fornisce il proprio contributo al nostro Pil. È così difficile da capire? Questa sentenza è discriminatoria verso i lombardi e gli italiani e come Lega Nord siamo a fianco della Regione Lombardia in questa battaglia sacrosanta e di buon senso”.

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da  ImolaOggi

Tribunale di Roma perde la denuncia di Maiorano contro i giudici pro-Renzi

 

maiorano

Al tribunale di Roma “è andato perso” il fascicolo con la denuncia presenta da Alessandro Maiorano nei confronti del procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo, del pm Luca Turco e del gip Alessandro Moneti. Lo ha detto oggi a Firenze l’avvocato Carlo Taormina, legale di Maiorano, dipendente del Comune di Firenze, che nel corso degli ultimi anni ha presentato numerosi esposti contro l’attuale Presidente del Consiglio, ed ex sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Per questo nel pomeriggio di oggi Maiorano ha presentato, alla questura di Prato, una nuova denuncia contro i tre magistrati.

Nel fascicolo presentato a Roma il 4 gennaio scorso, ha ricordato Taormina, si chiedeva di verificare se alla procura e al tribunale di Firenze ci sia stata omissione di atti d’ufficio in danno del dipendente del Comune o, comunque, a vantaggio di Renzi. Tutto dovrebbe essere trasferito per competenza alla procura di Genova. Fonte: ANSA

 

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