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NON POSSIAMO RASSEGNARCI……..!!!!!

27 febbraio 2016

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ECCO  COME  HA  RIDOTTO  L’ ITALIA  IL  VECCHIO  TROMBONE  COMUNISTA !!!!

Patrick di Majan

 

da  LIBEROQUOTIDIANO.IT     27 Febbraio 2016

 

Ma quale presidente emerito

Maurizio Belpietro: “Napolitano tira i fili pure a Renzi”

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Quando il 14 gennaio di un anno fa Giorgio Napolitano firmò la lettera di dimissioni e lasciò il Quirinale, tirai un respiro di sollievo. Finalmente usciva di scena uno dei peggiori presidenti della Repubblica che la storia ci avesse riservato e per giunta quello che più a lungo era riuscito a restare in sella. Con lui sul Colle si arrivò là dove nessun capo dello Stato si era mai spinto, non solo per il doppio mandato, ma anche per una supplenza che di fatto lo aveva trasformato nel monarca di una Repubblica presidenziale. Un sovrano non eletto dal popolo, che pur senza avere alcun mandato degli elettori agiva e si comportava come se lo avesse e come se disponesse di pieni poteri, compresi quelli di fare e disfare governi. Dunque, quando Napolitano lasciò, salutai l’addio festeggiando con un brindisi. Purtroppo mi sbagliavo. E non perché il suo successore si sia rivelato peggio di lui (così non è stato). E nemmeno perché Sergio Mattarella si sia dimostrato l’opposto del predecessore, ossia talmente poco presidenzialista da apparire più simile a un fantasma che a un presidente. No, la ragione per cui mi sbagliavo è che Napolitano pur dimettendosi dall’incarico di fatto non se ne è mai andato.

Altro che presidente emerito: l’ex inquilino del Quirinale è un presidente nel merito. Sì, sul Colle c’è quell’altro, ma in campo resta sempre lui, il nonno della Repubblica, il quale pur avendo mollato la poltrona, si è tenuto stretto tutto il resto, intrighi compresi. È lui che briga, traffica, suggerisce e incoraggia il Parlamento. Legge elettorale, riforma del Senato, Unioni civili. Nonostante non abbia alcun ruolo ufficiale, li esercita tutti per indirizzare le cose secondo il suo volere. Colloqui, interviste, indicazioni: la sua pressione si fa sentire ovunque. Una moral suasion che ai miei occhi è quanto di più immorale e poco democratico ci sia. Che il vecchio comunista non si sia fatto da parte, ritirandosi a vita privata, lo dimostra non tanto il fatto che stazioni perennemente nell’aula del Senato, tanto perennemente da dimenticarsi la tessera per votare inserita anche quando lui non c’è, ma che il suo zampone sia spuntato anche nella polemica che nei giorni scorsi ha visto fronteggiarsi l’attuale presidente del Consiglio con quello passato. Non mi riferisco ovviamente a Enrico Letta, che dopo essere stato defenestrato da Palazzo Chigi ha fatto perdere le proprie tracce. No, il richiamo è a Mario Monti, l’ex bocconiano che proprio Napolitano volle alla guida di un governo tecnico nel novembre del 2011. Il professore con un intervento nell’aula di Palazzo Madama ha bocciato la linea del governo sull’Europa e per farsi capire meglio ha anche scritto una lettera al Corriere della Sera. Matteo Renzi ovviamente non l’ha presa bene. Un po’ perché è allergico a qualsiasi critica, anche la più lieve (non a caso si prepara a tappare la bocca ai pochi programmi tv che non esaltano il verbo renziano) e un po’ perché nell’intervento del senatore a vita ha intravisto la mano dell’ex presidente della Repubblica, il quale sui rapporti con l’Europa e sulle relazioni con i cosiddetti partner ha sempre voluto mettere bocca e soprattutto il naso. La nascita del governo Monti e il siluramento di quello Berlusconi del resto sono opera pacificamente riconosciuta di nonno Giorgio, il quale con Angela Merkel aveva (e ha) buoni rapporti e pure con Francois Hollande.

Del resto, che l’uomo non stia in Senato al solo scopo di godersi il vitalizio ma semmai di godere del potere di condizionamento che ancora esercita, lo si è visto anche ieri, quando Jean Claude Juncker, ossia l’arcinemico di Renzi, prima di incontrare il presidente del Consiglio ha voluto far visita all’ex capo dello Stato. E quando mai si è visto un presidente della Ue in visita ufficiale che si attarda per tre quarti d’ora con uno che in teoria non dovrebbe contare più niente? E non dopo essersi recato a Palazzo Chigi o al Quirinale, ma prima, quasi che servisse quell’appuntamento per dissodare il terreno.

Sta di fatto che dopo aver parlato con Napolitano, Juncker ha visto Matteo Renzi e sono state rose e fiori. Altro che fuochi d’artificio, come aveva promesso il nostro capo del governo. L’incontro si è concluso a tarallucci e vino, con una dichiarazione del nostro presidente del Consiglio che è apparsa come un modo per abbassare le penne. «Il governo è dalla parte delle regole, crede nel rispetto delle regole e fa di tutto per essere all’avanguardia». Poi ha aggiunto: «Condividiamo la linea della commissione sulla flessibilità. Per noi il riferimento è quello che ha scritto la Commissione europea sulla flessibilità, non chiediamo di cambiare».

Ma come? Fino a ieri Renzi minacciava sconquassi se non avesse avuto in cambio la flessibilità di bilancio, e ora fa retromarcia? Stai a vedere che con le sue manovre il presidente a riposo ha messo sull’attenti il presidente (del Consiglio) in carica. In tal caso si capirebbe chi è il burattinaio e chi il burattino.

di Maurizio Belpietro

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da  IL  GIORNALE  D’ ITALIA

 

La scelta

27/02/2016 21:01

Italiani sfrattati, ma l’Emilia Romagna pensa ai rom

La giunta destina un milione di euro per chiudere i grandi campi e passare alle microaree familiari

Italiani sfrattati, ma l'Emilia Romagna pensa ai rom
Supporti economici e forme di sostegno sociale per i nomadi in nome dell’integrazione. E i cittadini tricolore muoriono di fame
Mentre sempre più cittadini italiani, a causa della crisi, sono ridotti in povertà, costretti a vivere nelle roulotte o peggio nelle auto perché non possono permettersi un alloggio, c’è chi si preoccupa dei nomadi. La Regione Emilia Romagna ha destinato  infatti un milione di euro per chiudere i grandi campi e passare alle microaree famigliari, soluzioni insediative durevoli e dignitose, pubbliche e private.
Si tratta di un bando, approvato dalla giunta e rivolto ai Comuni e alle Unioni, per la realizzazione di progetti abitativi alternativi alle aree sosta di grandi dimensioni, a rischio di degrado, insicurezza, tensione sociale e condizioni igienico-sanitarie non accettabili.
Sul finanziamento, spiega il bando, complessivo di un milione di euro, 700mila sono per gli interventi in conto capitale, 300mila per gli interventi in spesa corrente. Saranno ammessi al contributo i progetti che prevedono, in conto capitale,  l’acquisto nell’ambito del territorio comunale di appezzamenti da destinare alla realizzazione di micro-aree familiari pubbliche (o all’adeguamento di quelle già esistenti).
Ogni progetto verrà finanziato per l’80% del costo complessivo dell’intervento ammesso al contributo, con un limite di 250mila euro per gli interventi in conto capitale e di 70mila euro per gli interventi di spesa corrente.
Ma non è finita: i progetti potranno anche riguardare, per la parte d’interventi di spesa corrente,  il supporto economico per l’accesso o la gestione di abitazioni tradizionali (alloggi sul mercato, oppure gli alloggi popolari, laddove ci siano i requisiti validi, previsti per tutti i cittadini), forme di sostegno sociale ed educativo (scolarizzazione, formazione professionale, inserimento lavorativo)  per l’autonomia dei nuclei familiari, interventi di mediazione sociale e dei conflitti.
Insomma, mentre agli italiani lo stato non pensa a far altro se non a negare o eventualmente togliere i soldi (ne sono un esempio i cittadini a cui le pensioni, quelle di invalidità, non vengono più elargite), le istituzioni si preoccupano dei nomadi. Già perché il bando, viene specificato, attua la legge regionale sull’inclusione sociale di Rom e Sinti  (16 luglio 2015, n. 11) che recepisce le norme europee di settore, fissando un nuovo patto tra diritti e doveri di queste comunità.
Doveri? Si starà a vedere, intanto si pensa ai diritti. Anzi, i fondi destinati sono pochi, secondo Elisabetta Gualmini, vicepresidente e assessore al Welfare e alle Politiche abitative. “Come avevamo promesso – spiega – alla legge è seguita l’approvazione del bando, che uscirà in tempi brevissimi. Il finanziamento è limitato, un milione in tutto per la regione, e sarà devoluto a quei Comuni che sono maggiormente pronti e motivati a intraprendere percorsi di reale cambiamento”.
E tanti saluti all’interesse della nazione, a quei cittadini che dovrebbero poter contare sullo stato sociale: il cosiddetto “welfare state” oggi pare impegnato solo ad assicurare l’inclusione di stranieri o nomadi, visti come persone emarginate.

Mentre sempre più cittadini italiani, a causa della crisi, sono ridotti in povertà, costretti a vivere nelle roulotte o peggio nelle auto perché non possono permettersi un alloggio, c’è chi si preoccupa dei nomadi. La Regione Emilia Romagna ha destinato  infatti un milione di euro per chiudere i grandi campi e passare alle microaree famigliari, soluzioni insediative durevoli e dignitose, pubbliche e private.Si tratta di un bando, approvato dalla giunta e rivolto ai Comuni e alle Unioni, per la realizzazione di progetti abitativi alternativi alle aree sosta di grandi dimensioni, a rischio di degrado, insicurezza, tensione sociale e condizioni igienico-sanitarie non accettabili.Sul finanziamento, spiega il bando, complessivo di un milione di euro, 700mila sono per gli interventi in conto capitale, 300mila per gli interventi in spesa corrente. Saranno ammessi al contributo i progetti che prevedono, in conto capitale,  l’acquisto nell’ambito del territorio comunale di appezzamenti da destinare alla realizzazione di micro-aree familiari pubbliche (o all’adeguamento di quelle già esistenti).

Ogni progetto verrà finanziato per l’80% del costo complessivo dell’intervento ammesso al contributo, con un limite di 250mila euro per gli interventi in conto capitale e di 70mila euro per gli interventi di spesa corrente.

Ma non è finita: i progetti potranno anche riguardare, per la parte d’interventi di spesa corrente,  il supporto economico per l’accesso o la gestione di abitazioni tradizionali (alloggi sul mercato, oppure gli alloggi popolari, laddove ci siano i requisiti validi, previsti per tutti i cittadini), forme di sostegno sociale ed educativo (scolarizzazione, formazione professionale, inserimento lavorativo)  per l’autonomia dei nuclei familiari, interventi di mediazione sociale e dei conflitti.

Insomma, mentre agli italiani lo stato non pensa a far altro se non a negare o eventualmente togliere i soldi (ne sono un esempio i cittadini a cui le pensioni, quelle di invalidità, non vengono più elargite), le istituzioni si preoccupano dei nomadi. Già perché il bando, viene specificato, attua la legge regionale sull’inclusione sociale di Rom e Sinti  (16 luglio 2015, n. 11) che recepisce le norme europee di settore, fissando un nuovo patto tra diritti e doveri di queste comunità.

Doveri? Si starà a vedere, intanto si pensa ai diritti. Anzi, i fondi destinati sono pochi, secondo Elisabetta Gualmini, vicepresidente e assessore al Welfare e alle Politiche abitative. “Come avevamo promesso – spiega – alla legge è seguita l’approvazione del bando, che uscirà in tempi brevissimi. Il finanziamento è limitato, un milione in tutto per la regione, e sarà devoluto a quei Comuni che sono maggiormente pronti e motivati a intraprendere percorsi di reale cambiamento”.

E tanti saluti all’interesse della nazione, a quei cittadini che dovrebbero poter contare sullo stato sociale: il cosiddetto “welfare state” oggi pare impegnato solo ad assicurare l’inclusione di stranieri o nomadi, visti come persone emarginate.

bf

 

 

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