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VIETATO PARLARE…….. FIGURIAMOCI DISSENTIRE !!!!

16 febbraio 2016

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da  DIARIODITORINO         16 febbraio 2016

 

La polemica

“La magistratura è una schifezza”, la Procura della Repubblica dispone accertamenti su Salvini

Dura risposta delle istituzioni alle dichiarazioni pronunciate ieri dal leader della Lega, ad un incontro politico a Collegno

Andrea Parisotto

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TORINO«La magistratura è una schifezza. Si preoccupi della mafia e della camorra, che sono arrivate fino al nord, piuttosto». Dichiarazioni fortissime, pesanti e destinate a far discutere a lungo. Non potevano di certo passare inosservate le parole di Matteo Salvini al congresso della Lega Nord, svoltosi ieri a Collegno, quando il segretario del Carroccio si era scagliato contro i giudici, a difesa dell’amico Edoardo Rixi, assessore rinviato a giudizio.

La risposta della Procura della Repubblica
Le istituzioni, attraverso un comunicato ufficiale, hanno voluto dare una risposta ferma e dura al leader della Lega: «A seguito della pubblicazione su vari quotidiani, in data odierna, di alcuni articoli contenenti riferimenti ad espressioni (quali «La magistratura è una schifezza») che l’on.le Matteo SALVINI, nella giornata di ieri, avrebbe pronunciato nell’ambito di una manifestazione politica tenutasi a Collegno (TO), il Procuratore della Repubblica ha disposto accertamenti attraverso la Digos della Questura di Milano onde verificare la eventuale sussistenza di estremi del reato di vilipendio dell’ordine giudiziario di cui all’articolo 290 del codice penale».

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da   LIBEROQUOTIDIANO.IT      14 Febbraio 2016

 

Una storia italiana

Lì condannò a risarcire lo stupratore. Per la magistrata ora finisce male .

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Ha tentato in modo fraudolento di diventare nullatenente per non risarcire la ragazzina che aveva violentato.

Ora per lui è arrivata, in sede penale, una condanna a un anno di carcere e a un risarcimento di 20mila euro. In sede civile, invece, un altro giudice l’aveva ritenuto incolpevole e, con una sentenza choc, aveva condannato la famiglia della vittima, a risarcire alla sua i danni morali per un conto sotto sequestro.

Quella sentenza costò una vita, quella di Elisa Zaccarelli, violentata dal suo professore, Ezio Foschini, quando non era ancora sedicenne e poi suicida a 22 anni, per un terribile senso di colpa. Una vicenda delicata, contorta e anche scabrosa perché quella sentenza che condannava la vittima a risarcire il carnefice, mentre in altre sedi la giustizia diceva cose diverse, la emise un giudice, sulla base di una perizia affidata all’amante.

Il professor Foschini era quello che «con violenza costringeva (Elisa, ndr) a subire atti sessuali durante l’orario scolastico», le toccava «ripetutamente i glutei, le spalle e i capelli (…) sussurrandole frasi del tipo ti voglio scopare», era quello che baciò la giovane «mentre la toccava nelle parti intime». E, sempre lui, fu quello che, una volta scoperto, cercò di spostare i suoi averi, circa 160mila euro, sui conti degli anziani genitori e poi di farli sparire con continui prelievi di denaro.

Un piano preciso e lucido che il professore si annotava passo-passo nel suo blocchetto di appunti ritrovato dalla Guardia di Finanza.

Questo era Foschini, riconosciuto colpevole, oltreché per la violenza su Elisa (per cui si trova in cella con la condanna a 3 anni) anche per le condotte fraudolente sui suoi conti: due giorni fa dal Tribunale di Faenza, che l’ha condannato a un anno e già in passato, in un primo processo che lo condannò ad identica pena, in Appello. Eppure quando i genitori di Elisa, chiesero di avere da lui il risarcimento che il Tribunale aveva sentenziato, gli avvenimenti presero una piega diversa. Il processo passò in sede civile e finì in mano al giudice Flavia Mazzini, Tribunale di Faenza (sede distaccata di Ravenna), la quale nonostante le due condanne precedenti a carico del Foschini, ritenne che sequestrare il conto dei genitori (su cui si sospettava lui avesse depositato i soldi) non era stata cosa corretta e condannò la famiglia di Elisa a risarcire il suo molestatore con 40mila euro.

Il padre avrebbe pagato a rate da 300 euro al mese, cedendo il quinto dello stipendio, ed Elisa temeva che per quel debito assurdo, alla sua famiglia avrebbero tolto anche la casa. Per colpa sua, pensava lei.

Quella condanna il giudice Mazzini, la emise sulla base di una perizia elaborata da Alessandro Bentini, ragioniere faentino, suo amante, a cui la stessa affidò, per anni, la grande parte dei casi di sua competenza, non tenendo conto delle norme che impongono la rotazione degli incarichi, né delle raccomandazioni del presidente del Tribunale.

Nessun pettegolezzo. A sancire che tra i due intercorreva (e a quanto si sa ancora intercorre) una relazione sentimentale sono diversi atti giudiziari: «Ella venne a sapere che il marito aveva ricevuto un incarico molto importante e prestigioso come consulente del Tribunale, proprio dalla persona con cui aveva avuto una relazione e (…) messo alle strette il Bentini asserì di aver ripreso la relazione da circa un anno. Si trattava però di una bugia: in realtà quella relazione non era mai stata interrotta», si legge nelle carte processuali della separazione tra Bentini e la moglie. «… motivi legati alla relazione extraconiugale aveva allacciato con lo stesso magistrato che gli aveva conferito la custodia», si legge in un atto di assoluzione, emesso a luglio a Forlì, nei confronti di un investigatore privato accusato da Bentini di trattamento illecito di dati.

Per l’abitudine di affidare le perizie al suo innamorato la giudice finì anche sotto inchiesta: un’azienda che non aveva apprezzato il sequestro dei beni in una causa per un’eredità milionaria depositò un esposto e le indagini del Tribunale di Ancona confermarono tutto: «Risulta che la dottoressa Mazzini abbia in effetti affidato al ragionier Bentini 9 dei 13 incarichi (da lei ndr) conferiti nel biennio 2011-2012 preso in esame», si legge nelle carte, e questo nonostante il presidente del Tribunale di Ravenna «abbia richiamato più volte i giudici al rispetto del criterio di rotazione degli incarichi», in particolare nelle date «8 febbraio 2010, 18 ottobre 2010 e 8 luglio 2011» . La perizia sul caso di Elisa il giudice la affidò a Bentini il 21 ottobre 2010: esattamente tre giorni dopo il richiamo formale. Ciò che accadde in seguito è noto.

E l’inchiesta avviata dal Tribunale di Ancona, come è finita? Bene, per il magistrato.

Il Tribunale riconobbe che affidava al suo amante la maggioranza degli incarichi e richiamò, sì, il codice civile dove spiega che «l’attribuzione degli incarichi agli ausiliari del giudice deve essere conferita in misura non superiore al 10% di quelli affidati dall’ufficio», ricordando anche che l’articolo 51 del cpc indica che «per gravi ragioni di convenienza il giudice può chiedere di astenersi». Ma poi archiviò il procedimento. Perché? Perché, in fondo, lo facevano tutti e per di più chi può essere perito più fidato del proprio amante? Il dettame «veniva ignorato dalla generalità dei giudici del Tribunale di Ravenna», scriveva il pm nella richiesta d’archiviazione e «non sussistono elementi sufficienti per ritenere che la ragione prevalente che ha indotto la Mazzini a nominare Bentini (…) possa individuarsi nella volontà d’avvantaggiare economicamente il compagno», e non invece in quella di «avvalersi un ausiliario competente imparziale e fidato», aggiunse il gip chiudendo il procedimento a carico della collega.

di Alessia Pedrielli

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