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SE VEDE UNA RIPRESA, O E’ UN DEFICIENTE OPPURE E’ UN DROGATO !!!!

11 febbraio 2016

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da  LIBEROQUOTIDIANO.IT          10 Febbraio 2016

 

Lo scenario

Ci cacciano dall’euro, Italia condannata al disastro. Niente lira: ci vogliono punire .

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Le Borse in picchiata, lo spread che vola. E un sospetto: la grande crisi è tornata, anzi non è mai finita, e forse il prezzo più salato è ancora da pagare. Ma questo non è l’unico sospetto: l’altro dubbio riguarda l’euro, e la possibilità, rilanciata anche dal Corriere della Sera, che il grande attacco in corso miri a spaccare la moneta unica. A frantumarla in due: l’euro del Nord e quello del Sud, dei Paesi che arrancano, Italia compresa. Una circostanza confermata dalle posizioni prese dagli investitori, dagli spostamenti dei capitali, dai corsi delle valute.

L’ipotesi, appunto, è la frantumazione della moneta unica. Nella “serie A” dell’euro i paesi del Nord, Germania capofila, ma anche la Francia, Olanda, Finlandia e Slovacchia. Nel Sud, invece, noi, Spagna, Portogallo, Slovenia, Grecia e Irlanda. Uno scenario che emerge dall’andamento dei differenziali dei titoli di Stato: quello dei Paesi di Serie A cala, lo spread di quelli di Serie B schizza. Insomma, i mercati, ora, ci credono davvero, e la polarizzazione si acuisce di giorno in giorno.

Una situazione che ricorda molto da vicino quella del 2012, quando il copione, circa, ricalcò quello di questi giorni: si immaginava uno scenario simile, in cui i titoli di Stato di paesi come Italia e Spagna, un giorno, sarebbero stati rimborsati in valuta locale e clamorosamente svalutata. Ai tempi, Mario Draghi e la sua Bce tolsero le proverbiali castagne dal fuoco. Ma oggi – e questa è la novità più preoccupante – Draghi non sembra bastare più.

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09 Febbraio 2016

Il bestiario

Pansa, la profezia mortale: “Sangue e morti. Renzi, sai che ti aspetta?”

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La verità che nessuno osa dire è di una semplicità elementare: non bisogna più andare in vacanza in Egitto o in paesi governati da dittature sanguinarie. Confesso che non emi ero mai posto questo problema, anche perché in vacanza non ci vado più da un pezzo. Ma adesso sono rimasto anch’io sconvolto per l’assassinio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo la notte del 25 gennaio, sequestrato, torturato e poi ucciso da una squadra ancora sconosciuta. Però di certo legata in qualche modo al regime egiziano, una dittatura nata da un colpo di stato e guidata dal generale Al Sisi.

Qualcuno osserverà che Regeni non è la prima vittima del governo Sisi. In Egitto e soprattutto al Cairo tantissimi oppositori politici vengono rapiti, imprigionati e soppressi quasi ogni giorno. Le carceri speciali e i cimiteri sono al completo. Dunque per quale motivo il caso di questo giovane studioso friulano fa tanto rumore, e non solo in Italia? Perché nella storia delle dittature esiste sempre un crimine che ci obbliga ad aprire gli occhi e a renderci conto di quanto accade attorno a noi.

IL CASO MATTEOTTI
Sapete che cosa mi ha fatto pensare la fine di questo ragazzo? A un delitto italiano molto lontano nel tempo, commesso nel giugno 1924: il sequestro e l’assassinio di Giacomo Matteotti. Era un deputato socialista e a Montecitorio aveva pronunciato un discorso durissimo contro il regime di Benito Mussolini. Pochi giorni dopo venne rapito e ucciso da una banda che lavorava al servizio del ministero dell’Interno. Il suo cadavere fu ritrovato soltanto in agosto, dentro un bosco non lontano da Roma.

La morte di Matteotti era stata decisa dal governo? Questo non venne mai accertato con sicurezza. Però costrinse Mussolini a liberarsi di personaggi molto vicini a lui. Uno si chiamava Aldo Finzi ed era di fatto il ministro dell’Interno. Finzi fu costretto a dimettersi e scomparve dalla scena politica. Per i corsi e ricorsi della storia, venti anni dopo Finzi venne arrestato dai tedeschi e fucilato con tanti altri membri della Resistenza alle Fosse Ardeatine.

A salvarsi fu il capo della banda che aveva ucciso Matteotti: Amerigo Dumini. Nel dopoguerra fu processato, condannato, ma non venne fucilato. Riuscì persino a scrivere un libro per narrare le proprie imprese. Il regime di Mussolini restò in sella. Allo stesso modo si salverà il regime del generale Al Sisi. Per un motivo, tra gli altri: l’Egitto di oggi viene ritenuto indispensabile per sconfiggere o almeno fermare l’avanzata dell’Isis, il Califfato nero che cerca di insediarsi in Libia.

Sarà la guerra nel deserto libico a farci dimenticare la fine di Giulio e a rinsaldare ancora di più la dittatura egiziana di Al Sisi. Ci sono troppi legami tra il Cairo e la Libia. Me ne sono reso conto anch’io che pure non so quasi niente di questioni internazionali e mi limito a leggere un po’ di carta stampata. Uno di questi legami lo ha indicato Alberti Negri, un giornalista del “Sole 24 ore” che sa tutto di quella parte del mondo.

Il comandante delle truppe libiche di Tobruk, il generale Khalifa Haftar, aspira a diventare l’uomo forte della regione. E ha uno sponsor potente: il presidente egiziano Al Sisi, il responsabile politico del delitto Regeni. Il dittatore egiziano non nasconde di volersi impadronire della Cirenaica e ha uno stretto legame con il generale Haftar. Lo ha ricevuto al Cairo. E subito dopo Haftar si è incontrato con una delegazione italiana composta da diplomatici e da uomini dei servizi segreti. La nostra squadra, racconta Negri, ha tentato di dissuaderlo dall’obiettivo di voler diventare il dittatore libico. Ma non sappiamo se ci sia riuscita.

MIRE DI AL BAGHDADI
La probabile guerra in Libia comincia ad avere troppi protagonisti. La coalizione occidentale, che forse vedrà l’Italia in prima fila. L’Egitto di Al Sisi. Le forze libiche divise fra Tripoli e Tobruk. E infine il califfato nero che vuole insediarsi in Libia, anche per compensare la perdita di territorio fra Iraq e Siria.

Non è da oggi che il Califfato guarda al deserto libico. Lo ha spiegato con chiarezza sul “Foglio” un altro giornalista, Daniele Raineri, che conosce come pochi le mosse di Al Baghdadi. È da tempo che il Califfo sta mandando in Libia i comandanti migliori di cui dispone. Il primo è stato un veterano iracheno spietato e a lui molto caro. Si chiamava Al Anbari e l’anno scorso è arrivato a Derna, sulla costa libica a est di Bengasi. Qui è stato localizzato dall’intelligence americana e ucciso con un bombardamento aereo nel novembre 2015. Allora il Califfo ne ha inviati altri due.

Non si tratta di dettagli che soltanto gli specialisti possono decifrare. Sono i sintomi di un tempesta che ci vede in prima linea, nel caso che l’Italia debba prendere parte a una nuova guerra di Libia. Se accadrà, avremo di fronte una serie di problemi che ai profani sembrano molto distanti. Che cosa avverrà se anche noi avremo dei morti, soldati uccisi in combattimento? Come reagirà l’opinione pubblica all’arrivo a Roma dei primi caduti?

A questo punto diventa inevitabile riparlare del nostro premier, Matteo Renzi. Confesso che non avrei nessuna voglia di farlo. Il “Bestiario” ha scritto molto su di lui e mi sono un po’ stancato. Tuttavia ho una domanda che mi obbliga a riflettere. E riguarda lo stile di governo che Renzi ha messo in mostra subito dopo l’arrivo a Palazzo Chigi. Si era presentato come il Rottamatore, ma si è rivelato essere soprattutto un Disgregatore.
Lo prova il suo gusto per la polemica irridente nei confronti degli avversari politici.

Tutti bollati come gufi, rosiconi, menagramo, nemici dell’Italia. Per non parlare delle infornate di amici super fedeli pronti a occupare tutti i posti di potere, cacciando quelli che li occupavano. Senza riguardi per la competenza e i risultati.
Sappiamo che Renzi è contrario a un intervento militare in Libia. Lo ha fatto capire in molte sedi politiche. La pensa nello stesso modo Sergio Mattarella, il capo dello Stato, che lo dirà a presidente Obama nell’incontro odierno alla Casa Bianca.

Ma adesso anche il nostro premier rischia di non poter sfuggire a un problema non da poco e a un interrogativo inevitabile. Il problema sarà di convincere gli italiani che il conflitto in Libia è un impegno terribile che va affrontato per tenere lontani dalle nostre coste i tagliagole del califfato. L’interrogativo è se in casa nostra ci sarà uno stato d’animo unitario, o almeno maggioritario, di coesione nazionale nell’accettare le nostre perdite nel deserto libico. Senza abbandonarci alla disperazione o al rifiuto violento di quanto potrebbe accadere.

CHOC E NECROLOGI
Confesso con schiettezza di non avere una risposta in proposito. Forse perché sono abbastanza anziano per ricordare la seconda guerra mondiale. E lo choc terribile delle famiglie italiane davanti alle prime perdite. Rammento mio padre e mia madre quando leggevano sul giornale cittadino i necrologi dei militari caduti sui tanti fronti. Erano ancora pochi rispetto a quello che stava accadendo. Ma suscitavano uno sgomento profondo.

Lo ricordo con angoscia. E mi domando con quanti casi Regeni ci troveremo a far fronte. Siamo un paese lacerato da troppe divisioni. Riusciremo a resistere, davanti alle conseguenze di una guerra destinata a irrompere anche nelle nostre esistenze?

di Giampaolo Pansa

 

 

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